Archivio dell'autore: massimilianogabrielli

Informazioni su massimilianogabrielli

Avvocato - Viale Vaticano n.45 - 00165 Roma Studio Legale G@brielli

SESTO ANNIVERSARIO DAL NAUFRAGIO CONCORDIA – cosa resta oltre Schettino in carcere

schettino in carcere a rebibbiaVenerdì 13 gennaio 2012 alle ore 21:43 la nave da crociera Costa Concordia, al comando di Francesco Schettino, facendo una manovra di inchino all’Isola del Giglio andava a urtare gli scogli delle Scole procurandosi un squarcio sulla fiancata di acciaio del proprio scafo lungo 70 metri per 8 metri di altezza. Un evento epocale, certamente il maggiore e più eclatante disastro marittimo per una nave da passeggeri di questo secolo.

Il giudizio penale ha fatto parziale luce sulle responsabilità nel naufragio, e dopo uno svolgimento in tempi record dei due gradi di merito, la sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione il 12 maggio 2017, e lo stesso giorno Francesco Schettino si è costituito al carcere romano di Rebibbia per scontare la sua pena definitiva a 16 anni di reclusione .

Il sesto anniversario dal naufragio della Concordia sarà quindi il primo con il Comandante Francesco Schettino in carcere, e segna il punto di svolta anche per i passeggeri che, oltre all’eventuale risarcimento di ulteriori danni di natura economica, possono/devono considerare definitivamente chiuso il capitolo penale della vicenda che li ha coinvolti. Oggi, nonostante sappiamo bene che l’unica responsabilità non è, non può di certo essere, attribuibile ad un solo uomo, al solo Comandante – possiamo dire con certezza che nessun’altro, oltre Schettino, sconterà mai un solo giorno di reclusione per la morte di 32 persone, aver messo a rischio la vita di oltre 4.200 altre persone tra passeggeri ed equipaggio, ed aver provocato un disastro ambientale che lascerà i segni sul fondale del Giglio per decenni.

A distanza di sei anni, quindi, rimane innanzitutto fermo il portentoso risultato di aver – comunque – portato a termine in pochi anni (se pensiamo che sul disastro Moby Prince ancora non si è messa processualmente la parola fine) un non facile compito professionale, quello svolto dall’Autorità Giudiziaria che è stato esemplare quanto a rapidità ed efficienza e quello dei tanti avvocati delle parti lese, che hanno svolto con grande dignità e sacrificio dei loro altri impegni, in aula per tre anni di fila e fuori dai palazzi di Giustizia per garantire una più ampia comprensione dei fatti, oltre al lavoro sotto il profilo risarcitorio che ha comportato la condanna di Costa Crociere a pagare una provvisionale del danno tra i 45.000 ed i 65.000 euro a passeggero in attesa delle decisioni dei tribunali civili sul danno definitivo. Sei anni di tempo che ci restituiscono una verità processuale definitiva, quindi, non completamente soddisfacente, però intrisa di ulteriori fatti ed accertamenti importantissimi, magari non per la sentenza contro Schettino od altri soggetti che avremmo voluto vedere sul banco degli imputati o dietro le sbarre, ma che raccontano di una verità reale più estesa, e dalla quale si sono diramati altri filoni di indagine connessi alla navigazione marittima; ancora oggi altri magistrati si stanno confrontando e stanno facendo sempre più luce su un sistema di certificazione e di navigazione costiera e portuale tutt’altro che conforme alle normative di sicurezza internazionali recepite dal nostro paese.

Resta la famigerata telefonata di De Falco a Schettino, emblema del confronto tra due modi di essere italiani, due mondi che convivono nell’andare a mare, opposti, eppure sulla “stessa barca”.

ingresso_al_processo

la prima foto di una parte del pool in marcia verso il teatro Moderno

Resta immutato anche il legame umano creato tra clienti ed avvocati, ben oltre quello normale professionale e ben oltre la fine del processo, ed il rapporto di stima e amicizia nato tra noi avvocati che ancora collaboriamo e ci scriviamo di continuo nel ns gruppo whatsapp, resta il lavoro svolto in aula e nei nostri studi, ma anche a tavola nei ristoranti di Grosseto, una città gastronomicamente divisa in due tra tavoli e locali prenotati degli avvocati di Costa Crociere e quelli di noi difensori delle vittime, nelle riunioni e discussioni infinite nella hall del nostro quartier generale, l’hotel Airone, il cui personale per tre anni ci ha accolti  e fatti sentire a nostro agio in modo insuperabile, offrendo un valore aggiunto alle nostre faticose trasferte, restano le lunghe attese in aula, le battaglie sul danno punitivo e le discussioni animate davanti ai microfoni, gli scontri leali con i difensori dell’imputato e quelli senza riserve con l’Avvocato Marco De Luca, difensore della potentissima responsabile civile Costa Crociere, le strategie processuali, le ore di studio delle carte e dei verbali tra una udienza e l’altra e le interviste “su strada” a fine udienza – praticamente a reti unificate, e resta sopratutto la unicità del nostro pool “Giustizia per la Concordia“, un gruppo di avvocati che ha dimostrato di saper collaborare in modo straordinario ed innovativo, mantenendo obiettivi comuni ed indipendenenza delle scelte individuali, e resterà in questo senso il nostro blog, che è stata e continua ad essere fonte inesauribile e perenne di notizie sul naufragio della Concordia, sul processo, sulle verità parallele e su di una esperienza unica nel suo genere, processuale umana ed anche da un punto di vista di comunicazione mediatica e tecnologico.

Possiamo certamente affermare di essere stati i primi in Italia (perfino con qualche goffo tentativo di imitazione e plagio…) ad aprire un blog processuale, rimbalzandolo su Facebook twitter e sul web, nel senso di aver scritto un vero e proprio “diario” del procedimento penale in diretta, aggiornando ad ogni udienza o novità lo stato della vicenda sul naufragio Concordia, in presa diretta durante lo svolgimento del processo stesso,  senza filtri e senza intermediari, fornendo a chiuque la possibilità di conoscere i fatti ed i verbali, spesso potersi scaricare copia delle carte processuali, divenendo un punto di riferimento addirittura per i giornalisti, fornendo attraverso il blog notizie non solo ai nostri clienti ma in generale a migliaia di contatti mensili, e ricevendo in tale modo un incredibile flusso di informazioni a doppio senso, dall’aula all’esterno e dall’esterno verso l’aula del processo. Continua a leggere

Danni Punitivi – benvenuti in Italia, finalmente!

DANNI-PUNITIVI-WELCOME-IN-ITALYLa Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sentenza n. 16601 del 05.07.2017) ha definitivamente sdoganato l’applicabilità anche nel nostro ordinamento dell’istituto giuridico d’origine anglosassone dei cosiddetti “Danni Punitivi” (Punitive damages, o exemplary damages).

La decisione, riconoscendo pieno diritto di cittadinanza ai maxi-risarcimenti anche nel sistema giudiziario italiano, risolve una questione, ritenuta di massima di particolare importanza, attraverso il visto apposto dalle Sezioni Unite alla possibile delibazione di una sentenza straniera che contenga un risarcimento dei danni in forma (anche) punitiva, dopo decenni di fermo rifiuto della Suprema Corte a dare accesso nel nostro paese a questa categoria di ristoro ultra-compensativo dei danni, e rappresenta un radicale cambio di prospettiva in materia di responsabilità civile ed un decisivo e lungamente invocato passo avanti nella cultura giuridica del nostro paese e nella tutela dei cittadini.

Ma cosa sono i danni punitivi, e perché una parte della dottrina e degli avvocati italiani ne sentiva così tanto la mancanza?

Nel nostro ordinamento (civil law) chiunque subisca un danno illecito ha diritto ad essere risarcito, in termini compensativi, cioè nel limite del pregiudizio che ha subito (o meglio, di quello che riesce a dimostrare al giudice), e non oltre; in altre parole si viene ristorati economicamente del male o della perdita subita, ma non ci si può “guadagnare sopra”. Sono così nate le cosiddette “tabelle” risarcitorie, attraverso le quali si è cercato di dare un valore pecuniario uniforme al danno biologico, esistenziale, da morte etc. Ogni ulteriore finalità attribuita, invece, in altri paesi, al risarcimento civilistico è stata fermamente considerata incompatibile con il principio di separazione tra diritto civile e diritto penale, tradizionalmente vincolando il quantum risarcitorio al pregiudizio sofferto e dimostrato, senza possibilità di alcun riconoscimento economico di carattere sanzionatorio. In questo sistema di liquidazione del danno civile, è del tutto irrilevante la gravità del comportamento del danneggiante, che viene considerata solo nella irrogazione di una condanna più o meno alta, qualora si sia violata una norma penale.

Per dirlo con le parole della Cassazione, fino a ieri, «nel vigente ordinamento il diritto al risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo non è riconosciuto con caratteristiche e finalità punitive ma in relazione all’effettivo pregiudizio subito dal titolare del diritto leso né il medesimo ordinamento consente l’arricchimento se non sussista una causa giustificatrice dello spostamento patrimoniale da un soggetto ad un altro» (Sent. n. 1183/2007 e n. 1781 del 2012).

Negli ordinamenti di common law, al contrario, in presenza di dolo o colpa grave da parte dell’autore dell’illecito, è riconosciuto al danneggiato un risarcimento economico ulteriore rispetto a quello necessario a compensare strettamente il danno subito (compensatory damages), allo scopo di:

✤ punire l’autore dell’illecito in proporzione alla gravità del suo comportamento (funzione punitiva);

✤ fungere da efficace deterrente nei confronti di altri potenziali trasgressori e/o dello stesso autore dell’illecito, che potrebbe reiterarlo (funzione esemplare);

✤ premiare la vittima per l’impegno profuso nell’affermare il suo diritto giacché, in questo modo, ha contribuito anche al rafforzamento dell’ordine legale (funzione rimunerante);

Ristorando la vittima in misura “tabellare” per il pregiudizio subito con funzione compensativa, tipica della sanzione per illecito civile, si affianca quindi una funzione punitiva, tipica della sanzione penale.

Il meccanismo attraverso il quale è applicato il danno punitivo è generalmente quello moltiplicatorio: tanto più grave è la condotta di chi ha provocato il danno, e quanto più pesante sarà la condanna economica inflitta dal giudice al danneggiante.

Ebbene la nuova pronuncia da parte della nostra Suprema Corte (adottata a Sezioni Unite ed avvalendosi del disposto dell’art. 363 comma 3, c.p.c., proprio perché destinata a risolvere in modo definitivo uno storico contrasto giuridico di massima importanza) prende atto di una progressiva ma inesorabile evoluzione del nostro sistema legislativo interno, come sostenuto anche da molta parte della dottrina, e ridefinisce la nozione di ordine pubblico, verso una maggiore permeabilità nei confronti della legge straniera, del diritto internazionale e soprattutto comunitario, alla ricerca di punto di equilibrio tra il tradizionale controllo sull’ingresso di norme o sentenze straniere che potrebbero minare la coerenza interna dell’ordinamento giuridico e una funzione promozionale dei valori tutelati dal diritto internazionale.

La conclusione è che non è oltremodo possibile negare l’esistenza di numerose norme civili italiane aventi una funzione spiccatamente sanzionatoria e si afferma quindi, per la prima volta ma al massimo livello ed a chiare lettere, che, nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.

Non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi.

Non può sfuggire che con tale riconoscimento si stabilisce un principio che va ben oltre il caso di applicazione della sentenza straniera nel nostro paese, estendendosi il principio di diritto ed interpretativo all’intero ordinamento, e svincolando definitivamente la possibilità di utilizzare un meccanismo moltiplicatorio al risarcimento tabellare, collegando la misura della liquidazione non solo al danno subito, ma (anche) alla gravità del comportamento del danneggiante, qualora ci si trovi in presenza di un evidente squilibrio di forze tra le parti coinvolte nel risarcimento, come in effetti molti giudici di merito hanno già fatto in diverse sentenze nazionali.

Ma quali sono le ragioni per le quali dovremmo accogliere a piene mani nel nostro paese l’istituto anglosassone dei danni punitivi, considerato dai molti detrattori una rischiosa frattura del sistema risarcitorio, fonte di speculazioni abnormi, aumento della litigiosità e di risarcimenti iperbolici che potrebbero mettere in ginocchio aziende e un intero sistema produttivo. Sono solo famelici avvocati e danneggiati in cerca di fortuna a invocarne l’applicazione in Italia? oppure, come sostenuto da altrettanto autorevoli voci, i risarcimenti punitivi (od esemplari, come preferiamo indicarli) sono un fondamentale correttivo nei casi di mass tort (ossia un macro-evento catastrofico che provochi molte vittime, ovvero una serie di micro-eventi ripetitivi che crei una molteplicità di danni indifferenziati agli utenti) e della evidente mancanza di tutela degli consumatori in presenza di una insanabile disparità e/o abuso di posizione dominante tra danneggiato (vittime) e danneggiante (multinazionali)?

Quello dell’indebito arricchimento da parte dei cittadini e dei consumatori è un falso problema, un timore decisamente infondato, assolutamente immotivato nelle fattispecie di mass tort, in quanto in tali circostanze il confronto non è tra due parti private, tra due individui di pari grado e dimensione economica, due o più persone, o soggetti alla pari: la applicabilità dei risarcimenti punitivi è destinata infatti ad emendare la possibilità che un ente od una azienda possano conoscere l’esistenza di un rischio, di un difetto in un prodotto, della mancanza di sicurezza per gli utenti, e conseguentemente sia consapevole della concreta possibilità di generare un danno continuando la propria attività, e tuttavia, potendo fare a tavolino il calcolo “tabellare” dei danni potenziali ed “attesi”, preferisca non adottare un correttivo, privilegiando l’interesse al guadagno (o risparmio) di milioni di euro, attuando per anni una politica del risparmio, scegliendo la massimizzazione dei ricavi, il disinteresse alla prevenzione, la gestione omertosa degli incidenti, dello spettacolo che deve continuare, sempre e comunque, a prescindere dalla sicurezza dei cittadini, i quali si ritrovano quindi ad essere vittime inerti di grosse aziende e multinazionali.

Per capire l’origine e la ragione sociale alla base dell’assoluta validità del sistema dei danni punitivi è esemplare il famosissimo caso giudiziario statunitense Stella Liebeck vs. McDonald’s Restaurants (1994); una donna di 79 anni versandosi addosso una tazza di caffè di McDonald aveva subito ustioni di secondo e terzo grado sulle cosce, glutei, inguine e genitali, tanto gravi da necessitare innesti cutanei. La Liebeck ha citato in giudizio McDonald’s per essere risarcita dei danni soprattutto in termini compensativi, ma, durante il processo, i documenti interni della multinazionale rivelarono che la società aveva ricevuto centinaia di reclami da parte di clienti che lamentavano che il caffè di McDonald’s causasse gravi ustioni, ma questa non aveva mai ridotto l’alta temperatura dell’acqua sostenendo che invece la maggior parte della gente amava il caffe di McDonald proprio perché era super-caldo.

Questo convinse la giuria che i vertici della McDonald’s sapessero che il loro prodotto era potenzialmente pericoloso ma che la società non aveva fatto nulla per correggere il problema, semplicemente perché gli conveniva economicamente risarcire (in termini tabellari) qualche ustionato, continuando a vendere milioni di tazze di caffè in tutto il mondo. Il Tribunale ha liquidato quindi $ 200.000 in danni compensativi (ridotti a $ 160.000, per 20% della colpa attribuita alla Liebeck), e 2,7 milioni di dollari in danni punitivi, che era al momento la somma pari a due giorni di ricavi di vendita di caffè McDonald’s (successivamente ridotti a $ 480.000).

Il caso è stato aspramente criticato per l’elevata quantità di danni che la giuria ha assegnato alla vittima, e la stessa Corte di Cassazione, con la pronuncia qui in commento, ha posto un decisivo freno al riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere, dovendo rispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità̀ delle ipotesi di condanna, la prevedibilità̀ della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità̀ con l’ordine pubblico.

Anche questa riserva da parte dei nostri giudici, però, è da considerarsi di fatto superata in quanto da tempo la Corte Suprema degli Stati Uniti è intervenuta per porre freno all’entità dei danni punitivi, stabilendo che devono essere comunque proporzionati alla gravità del comportamento del danneggiante, e non superiori a dieci volte l’entità del danno effettivo (sentenza del 7-4-2003 nella causa State Farm Mutual Automobile Insurance Co. Vs. Inez Preece Campbell). L’incompatibilità dovrà allora essere rilevata non in automatico, ma “solo quando la liquidazione sia giudicata effettivamente abnorme”, ossia all’esito di una valutazione operata in concreto dal Giudice della delibazione.

Quello cui in finale aspira il modern trend di apertura ai danni punitivi, non è il riconoscimento di risarcimenti speculativi a favore di un singolo, ma semmai il ripristino di un equilibrio tra chi ha guadagnato a discapito di un rischio conosciuto e la vittima ignara del danno “atteso; impedire che alla fine del processo il risultato ottenuto non finisca li e svolga invece una azione esemplare e di deterrenza anche nei confronti delle altre aziende, che una persona che ottenga giustizia rafforzi l’intero sistema, ed una cosa del genere non accada mai più, instaurando un meccanismo economico d’incentivo alla prevenzione.

Il soggetto danneggiante a quel punto interverrà prontamente per ridurre/eliminare il rischio, semplicemente perché non sarà più economicamente vantaggioso rimanere esposti a risarcimenti punitivi ulteriori e sempre più inflittivi. Le regole della responsabilità civilistica sono efficienti, cioè, quando inducono gli agenti a livelli di attenzione ottimali, tali da bilanciare i costi d’investimento sulla prevenzione minimizzando i costi sociali dei danni “attesi”.

Alcuni commentatori si sono affrettati a precisare che l’apertura decisa della Cassazione ai danni punitivi nordamericani non significherebbe affatto che da questo momento anche nelle cause nazionali i giudici italiani saranno autorizzati a liquidare un incremento delle somme dovute a titolo di risarcimento punitivo. La sentenza infatti circoscrive gli effetti di una «curvatura deterrente/sanzionatoria» comunque individuabile nella giurisprudenza, anche costituzionale. Per un’applicazione su larga scala servirebbe un intervento normativo, visto che «ogni imposizione personale esige una “intermediazione legislativa”», per effetto del principio costituzionale sancito dall’articolo 23 della Carta Costituzionale, che istituisce una riserva di legge sulla previsione di nuove prestazioni patrimoniali e impedisce un «incontrollato soggettivismo giudiziario».

Da parte nostra, invece, riteniamo che il ragionamento logico e giuridico che ha portato alla definitiva apertura della breccia in tema di risarcimenti punitivi, prima ancora individuato dalla Prima sezione della Cassazione nell’ordinanza di rimando alle SS.UU., ripercorra – e lo diciamo con uno spicco di orgoglio – l’identico percorso normativo illustrato nei nostri atti giudiziari, un po’ in tutti i settori del diritto penale e civile, individuando la molteplice presenza di numerose ed esplicite norme a carattere punitivo, deterrente ed esemplare:

     ✤      lite temeraria ex art. 96 terzo comma c.p.c.

     ✤       art. 709 ter c.p.c. in diritto di famiglia (cd. danno endofamiliare)

     ✤      violazione della proprietà intellettuale, legge sulla stampa, responsabilità medica (decreto Balduzzi e nuova legge)

    ✤      depenalizzazione ed introduzione della nuova figura di sanzione pecuniaria civile per l’abrogazione di tradizionali norme incriminatrici presenti nel codice penale: – le falsità in scrittura privata (artt. 485 e 486 c.p.); l’ingiuria (art. 594 c.p.); la sottrazione di cose comuni (art. 627 c.p.); l’appropriazione di cose smarrite (art. 647 c.p.).

Tale rimodellamento della funzione risarcitoria – apertamente riconosciuto dalla Cassazione – consente di sostenere definitivamente che il danno punitivo non viola l’ordine pubblico, stante anche l’ampliamento progressivo di quest’ultima nozione, e che, oltre ad essere riconoscibili le sentenze straniere che irrogano risarcimenti a titolo sanzionatorio, esiste la possibilità per il giudice italiano di parametrare il titolo risarcitorio alla gravità delle condotte poste in essere da chi quel danno lo ha reso possibile, con i propri comportamenti omissivi e/o commissivi.

E questo in quanto anche al nostro sistema risarcitorio “classico” non è affatto sconosciuta la personalizzazione del danno, ed al magistrato non è in alcun modo precluso di affrontare la quantificazione del danno non patrimoniale secondo questa impostazione, ossia in termini ultra-compensativi, considerandosi che il medesimo si trova a liquidare il danno procedendo ad una valutazione equitativa, la quale implica un apprezzamento di tutte le circostanze del caso (artt. 1226 e 2056 c.c.). In definitiva, come riconosciuto dalla dottrina più illuminata e dalla giurisprudenza più recente, è del tutto inconfutabile come il Giudice, nel determinare l’importo risarcitorio dovuto alla parte lesa, sia nella condizione di poter considerare la gravità della condotta illecita tenuta dal soggetto danneggiante a vantaggio o nell’interesse dell’ente/azienda, e parametrare a questo, in termini equitativi e di personalizzazione del danno, il risarcimento da irrogare a carico del responsabile civile (danno morale aggravato dalla condotta). In tal senso (art. 3 della Costituzione, ed in piena conformità con il rinvio, da parte dell’art. 2059 c.c., all’art. 185 c.p.) nella liquidazione equitativa del danno non patrimoniale derivante da fatto illecito, deve tenersi conto della gravità dell’illecito penale e di tutti gli elementi della fattispecie concreta, in modo da rendere il risarcimento adeguato al caso specifico.

Quindi starà a chi giudica, l’obbligo di sganciarsi dagli automatismi, dalle tabelle, dalle calcolatrici, facendo piuttosto ricorso al metro dell’equità commisurando le liquidazioni in relazione alla gravità di tutte le condotte, dirette e di contorno, adottare decisioni, ove necessario innovative, in casi in cui, come nella fattispecie di mass tort, la liquidazione tabellare e l’onere della prova sul dato compensativo mostra tutti i suoi limiti, sussistendo invece tutte le condizioni per affermare un diritto, come sopra emarginato, tanto rivoluzionario quanto corrispondente ad un trend progressivamente avviatosi in Italia e in termini più estesi nella cultura giuridica e di tutela del singolo nella intera Comunità Europea, dando un significato vero ed universale ai risarcimenti punitivi e/o esemplari.

Sul punto il nostro manipolo di audaci è in prima linea da anni ed abbiamo invocato in tanti processi la applicazione di queste forme risarcitorie ultracompensative, abbiamo già avuto modo di criticare tante sentenze di merito, definendo alcuni giudici una sorta di “ragionieri del diritto“, per la dimostrata mancanza di coraggio nella possibilità di scardinare un concetto ormai inadeguato e superato del diritto risarcitorio nazionale. Alla luce però della questione appena risolta dalle Sezioni Unite con l’affermazione del principio secondo il quale sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile, le Corti di merito non potranno affrontare con altrettanta chiusura mentale il tema dei danni punitivi, e dovranno quantomeno dare una risposta alle perplessità sollevate dalla Cassazione sull’assenza di un divieto esplicito all’applicazione di un tale meccanismo per il risarcimento sanzionatorio e di prevenzione anche nel nostro paese, a fronte del quale, in presenza di gravi e conclamate responsabilità – gravità della condotta del responsabile e sua plurioffensività soggettiva (più danneggiati) e oggettiva (più beni giuridici lesi), natura del diritto leso del danneggiato, natura ed entità dell’eventuale profitto conseguito o atteso dal danneggiante, condizione economica del responsabile, rilevanza economica o sociale dell’attività esercitata dal responsabile, precedenti condanne, in sede civile o penale, a carico del responsabile per condotte analoghe a quelle per cui si procedenon si vede come i giudici italiani potranno sfuggire all’obbligo di adeguamento del risarcimento al caso specifico ed alla gravità delle condotte, attraverso la liquidazione di un danno punitivo, esemplare o aggravato dalla condotta che dir si voglia.

Un bravo a noi pochi ma buoni che ci abbiamo lungamente e fermamente creduto, ed attendiamo con fiducia quindi che, con la sigla a SS.UU. da parte della Cassazione, i risarcimenti punitivi trovino piena cittadinanza anche nelle sentenze di merito dei nostri Tribunali nazionali.

Avv. Massimiliano Gabrielli

SENTENZA DEFINITIVA – SCHETTINO IN CARCERE

12 maggio 2017 – la Corte di Cassazione conferma: dopo una camera di consiglio di oltre 4 ore, i giudici di Piazza Cavour rientrano in aula e mettono il punto definitivo alla vicenda processuale che ci ha impegnato negli ultimi 5 anni. Diventa così definitiva la condanna a 16 anni di carcere per Francesco Schettino, che attendeva in incognito la decisione a Roma, per evitare di finire in uno dei sovraffollati carceri napoletani, pronto a costituirsi a Rebibbia dove ha già trascorso la sua prima notte in cella, la prima di una lunga serie, non meno di 8-10 anni. Si chiude un cerchio, ed in noi si è in queste ore stabilizzato un senso di alleggerimento, conseguente all’approdo su un risultato oggettivamente importante, nell’aver portato a termine il nostro compito professionale, ed aver soprattutto visto scongiurato il pericolo di un annullamento della sentenza da parte della Cassazione con rinvio ad altra sezione di appello, come d’altronde avevano richiesto non solo i difensori dell’imputato, i quali nella loro arringa avevano puntato all’azzeramento del processo d’appello per irregolarità nella formazione del collegio ed avevano sostenuto ancora una volta la tesi del “complotto e sabotaggio” da parte degli ufficiali della Concordia in danno del Comandante, ma come era stato invocato anche dalla stessa Procura Generale, che puntava ad un aggravamento della pena. Un ipotetico nuovo grado di giudizio penale che i nostri clienti, le vittime, avrebbero vissuto con estrema fatica e sofferenza. I passeggeri sono stanchi e ci chiedevano di chiudere definitivamente questa penosa pagina della vicenda processuale e della loro storia personale. Tirare una linea ed andare oltre. Nessun particolare sentimento di vendetta o di acerrimo giustizialismo contro l’uomo Schettino, ma sicuramente il desiderio di sentir pronunciare la parola fine, almeno al processo penale, e così è stato.

Ancora una volta, eravamo noi del pool di “Giustizia per la Concordia”, in blocco ed uniti, e pochi altri, gli unici legali delle parti civili ad esser presenti nella lunghissima giornata all’interno dell’aula magna della IV sezione penale della cassazione, e nell’altrettanto lunga attesa pomeridiana, passata in una afosa giornata a passeggiare di fronte al Palazzaccio, pronti a tornare in aula su allerta della cancelliera sui nostri telefonini, per ascoltare la lettura del dispositivo della sentenza, avvenuta solo verso le 19,50. Rigettando tutti i ricorsi, la Cassazione ha confermato la decisione di appello e consegnato alla giustizia il principale responsabile del tragico disastro marittimo avvenuto la sera del 13 gennaio 2012, poco prima delle 22, davanti all’isola del Giglio a causa di una negligente ed improvvida manovra di accostamento ad alta velocità, squarciando il fianco della nave da crociera Concordia sugli scogli affioranti delle Scole. A bordo erano in 4.229, tra croceristi ed equipaggio, morirono 32 persone, decine i feriti. I segni del ricordo indelebile, ancora vivo, di quei momenti in attesa dello sbarco nel buio e freddo al largo del Giglio sono stati raccontati dai nostri clienti in tutta la loro drammaticità.

Dopo il monumentale processo penale di primo grado svoltosi a Grosseto, nel quale per oltre due anni di fila siamo stati impegnati in aula con estenuante intensità, e non solo come spettatori ma soprattutto quali veri protagonisti processuali per le parti civili, interpretando senza dubbio il ruolo dei legali più rappresentativi dei passeggeri e delle vittime, il 31 maggio 2016 la Corte d’Appello di Firenze aveva già confermato la condanna a 16 anni per Schettino. La Procura generale di Firenze aveva poi presentato ricorso in Cassazione, chiedendo di annullare la sentenza di appello, perché la pena comminata a Schettino era giudicata troppo lieve, invocando una condanna a 27 anni, la stessa richiesta formulata in primo grado dalla Procura di Grosseto, e aveva chiesto alla Suprema Corte di procedere a un nuovo processo per ricalcolare la pena in rialzo. Ovviamente anche i difensori dell’imputato avevano impugnato per Cassazione la decisione, proponendo una articolata serie di motivi, tutti puntualmente ed integralmente rigettati. La difesa degli imputati aveva chiesto anche di visionare in aula un video confezionato lo scorso marzo da Schettino, che aveva postato su YouTube, in cui si auto-difendeva, soprattutto sull’abbandono della nave, il reato più infamante contestato al comandante della Concordia. La richiesta è stata immediatamente opposta da noi parti civili, in ragione del fatto che si utilizzavano immagini e materiale non integralmente facente parte del fascicolo dibattimentale, che si trattava di questioni prettamente di merito e non di legittimità e che in tal modo si consentiva a Schettino di rendere indirettamente dichiarazioni libere ai giudici, cosa che avrebbe potuto ben fare se avesse scelto di presenziare in aula, ma non potendolo certo fare attraverso un suo video; il Collegio della IV sezione di Cassazione, ha in effetti rigettato tale richiesta e disposto procedersi oltre nella discussione finale, pronunciando a fine giornata la sentenza definitiva ed irrevocabile di condanna.

Ci sarebbe piaciuto veder finire in cella assieme al comandante della Concordia anche qualche altro personaggio di Costa Crociere – altrettanto responsabile e non solo da un punto di vista morale – ricordando le pene lievi concesse con il patteggiamento a tutti gli ufficiali di plancia e soprattutto al responsabile a terra dell’unità di crisi Ferrarini, oltre ai vertici societari della compagnia di navigazione, cioè coloro che hanno consentito la pratica degli inchini ed hanno messo Schettino al comando di una ciurma di gente impreparata a gestire l’emergenza, ma questa è stata sin da inizio la impostazione voluta dalla Procura di Grosseto in questo processo Schettino-centrico, al fine di arrivare ad una sentenza rapida e sicura, come oggettivamente è avvenuto. Sentenza di primo grado confermata in pieno e decisione irrevocabile e definitiva in 5 anni. Un vero record per la giustizia italiana.

Restano le questioni civilistiche, per alcuni dei nostri clienti che devono ancora incassare parte delle provvisionali liquidate in appello e che potranno ora promuovere le azioni civili per le liquidazioni definitive, e per molti altri passeggeri, soprattutto quelli rimasti tagliati fuori dal processo penale per aver seguito la rovinosa “via americana” della class action, che erano in attesa della definizione del giudizio penale per avviare le proprie richieste di risarcimento presso i Tribunali civili nazionali, e restano aperti molti altri aspetti della vicenda che continuano e continueranno ad occuparci per molto altro tempo. Il processo “Concordia” ha segnato una traccia ed aperto scenari prima scnosciuti ed inavvicinabili, e da qui parte il filo conduttore di ciò che sta avvenendo in altri processi e nelle indagini penali nei più importanti disastri marittimi e del mondo dei trasporti nel nostro paese: l’incendio del “Norman Atlantic” tra Italia e Grecia, l’incidente del “Jolly Nero” con il crollo della torre piloti nel porto di Genova, il disastro ferroviario “Andria-Corato”, le indagini sui rapporti promiscui tra Rina e Capitaneria di Porto, compagnie di navigazione e certificazioni facili etc. etc.

Ma il processo penale “Concordia” finisce qui. Giustizia è fatta.

Quattro anni di lotta – commento alla sentenza di appello Concordia

img_1546

L’aula di udienza a Firenze

Non è notizia di oggi quella che riguarda la sentenza di appello sul naufragio della concordia, che ha confermato la condanna a 16 anni a carico di Schettino.

Abbiamo atteso un po’ di tempo prima di scrivere le nostre note per cercare di realizzare meglio il senso di quella che è stata una vittoria di dimensioni davvero enormi, ottenuta nei confronti di una multinazionale potentissima, la Costa Crociere S.p.A. che ha alle sue spalle la Carnival Cruises, cioè nei confronti di una delle società più importanti e più potenti economicamente al mondo, che nemmeno il governo degli Stati Uniti è mai riuscito ad almeno sottoporre al proprio regime fiscale.

Insomma la notizia è che un gruppo di tignosi avvocati italiani – che si è messo insieme per lavorare al meglio in questo processo – è riuscito davvero a ottenere quello che né il governo degli Stati Uniti né la Procura della Repubblica di Grosseto hanno mai ottenuto e nemmeno cercato di ottenere.

I fatti sono conosciuti: la notte del 13 gennaio 2012 il comandante della Concordia Francesco Schettino la portava a sbattere sugli scogli delle Scole all’isola del Giglio con una manovra di inchino a dir poco suicida.

Da lì ha inizio il naufragio più grande della storia mercantile internazionale: una nave passeggeri di 350 m di lunghezza e di 11 ponti fuori dalla linea d’acqua con a bordo oltre 4.300 persone si squarcia per 70 metri sotto la linea di navigazione e, grazie al vento che sospinge indietro, si appoggia sugli scogli miracolosamente non affondando.

In seguito all’urto con gli scogli ed alla gestione a dir poco demenziale da una parte e delinquenziale dall’altra dell’emergenza così insorta, ben 32 persone perdono la vita mentre altre 4300 rischiano a loro volta di morire ma miracolosamente invece si salvano.

Ne nasce un processo monstre in cui alla fine delle indagini preliminari la Procura di Grosseto ritiene di poter chiedere di rinviare a giudizio il solo comandante Schettino e cinque altre persone in totale tra ufficiali di bordo e uomini della compagnia di navigazione (della Costa veramente il solo Ferrarini facente parte dell’unità di crisi a terra ma nessuno del Consiglio di Amministrazione).

 Nessuno della compagine societaria viene sottoposto al processo per una scelta della Procura di Grosseto che ancora non riusciamo davvero a spiegarci, considerate le plurime responsabilità penali emerse a carico della compagnia nel corso delle investigazioni e ancora di più nel corso del dibattimento stesso.

 Le parti lese in questa vicenda, i passeggeri che hanno perso la vita e quelli che fortunatamente sono sopravvissuti, non vengono mai presi in considerazione da nessuno dell’organo inquirente: alcuni di noi, va rilevato, hanno assistito ad una scena praticamente kafkiana. Alla nostra osservazione come difensori delle parti lese che lamentavano il fatto che la Procura di Grosseto avesse dato il proprio consenso a patteggiamenti scandalosi per gli imputati senza curarsi dei risarcimenti alle vittime del naufragio, il procuratore capo di Grosseto osservava che ci sono i processi civili per i risarcimenti!

Mai abbiamo visto in realtà un atteggiamento di questo genere da parte di una Procura della Repubblica che normalmente tutela proprio le vittime dei reati pretendendo che gli imputati le risarciscano prima di prestare il consenso ai patteggiamenti…Ma questo è stato solo l’inizio della storia di questo processo che all’epoca vedeva schierati da una parte i passeggeri e dall’altra la Compagnia di Navigazione Costa Crociere che riteneva di avere già risarcito correttamente la maggioranza dei naufraghi offrendo loro una cifra a forfait di 11.000 Euro, prendere o lasciare.

Alcuni dei passeggeri, proprio i nostri assistiti, ritenevano di avere diritto ad essere risarciti con cifre molto più alte, ma sopratutto pretendevano Giustizia e verità, perchè avevano vissuto un’esperienza orrenda che li aveva segnati pesantemente.

Ma niente di tutto questo veniva preso in considerazione né da Costa Crociere né dalla Procura di Grosseto che, appunto, dava consensi a patteggiamenti tanto scandalosi che la stessa Procura Generale di Firenze che li avrebbe dovuti avvallare li impugnava invece davanti alla Corte di Cassazione.

Anche questo chiaro segnale pareva non bastare a Grosseto perchè pure il Tribunale durante il dibattimento a carico di Schettino di fatto osteggiava il lavoro delle parti civili che non si rassegnavano ad essere spettatori inermi ma che volevano capire perchè fosse avvenuto quel naufragio e se le responsabilità si dovessero fermare al solo imputato presente o se invece dovessero allargate alla società armatrice.

Il dibattimento a Grosseto peraltro si svolgeva solamente per la scelta – da alcuni giudicata folle, da altri onorevole – di Schettino di chiedere di essere sottoposto al pubblico dibattimento per poter spiegare le sue ragioni.

Dal dibattimento – durato ben 70 udienze spalmate in un periodo di tempo pari ad un anno e mezzo in cui le vite professionali di questi pochi appassionati avvocati venivano di fatto stravolte per poter seguire veramente quello che succedeva – emergevano evidentissime responsabilità pure di Costa Crociere: si citano brevemente al riguardo le anomalie del DGE, diesel generatore di emergenza, che non funzionando per un difetto di progettazione durante la fase dell’emergenza ha comportato di fatto che quantomeno una parte delle vittime del naufragio perdesse la vita poiché non senza il DGE non fu possibile sganciare almeno un’altra delle scialuppe di salvataggio e una sola scialuppa di salvataggio in più sganciata avrebbe comportato che 150 passeggeri avrebbero potuto trovare posto su quella scialuppa, e i morti furono 32!

Non solo. La mancata preparazione dell’equipaggio, l’inesperienza degli ufficiali di bordo di età media abbondantemente sotto i trent’anni, la politica tesa al risparmio su ogni aspetto della sicurezza, le anomalie del programma di emergenza degli ascensori che causarono il blocco del DGE, l’improvvisazione dell’unità di crisi tesa alla sola ri-certificazione della nave per tornare a farla navigare al più presto piuttosto che alla sicurezza delle persone a bordo, tutti questi elementi insieme facevano emergere chiaramente la responsabilità di Costa Crociere che giustificava non solo l’allargamento della responsabilità penale ai vertici societari ma la richiesta di riconoscimento dei danni punitivi per appunto indurre la società armatrice a rivedere le proprie politiche economiche perchè ove fosse stata punita come chiedevamo avrebbe inteso che sarebbe divenuto in futuro maggiormente conveniente spendere per la sicurezza che non dover risarcire le vittime.

Questo gruppo di avvocati ha avuto l’ardire di presentare una denuncia contro i vertici societari di Costa Crociere e Carnival perché ritenevano, come ritengono tuttora, che ci sia una chiara responsabilità in concorso con il Comandante Schettino da parte dei vertici societari.

La Procura di Grosseto invece riteneva di dover richiedere l’archiviazione della denuncia e, con un’altra mossa del tutto inaudita, il Giudice delle Indagini Preliminari di Grosseto a cui era stata rivolta l’opposizione delle parti lese alla richiesta di archiviazione, decideva di procedere direttamente all’archiviazione della denuncia querela senza nemmeno fissare una camera di consiglio in cui gli avvocati avrebbero dovuto essere ascoltati!

Il dibattimento di primo grado si concludeva con una sentenza che dava solo parzialmente ragione alle parti civili escludendo il danno punitivo e concedendo loro dei risarcimenti con una provvisionale che variava fra i 30 e i 50.000 Euro, a parte risarcimenti sproporzionati ai soli enti quali la regione Toscana e il Comune del Giglio.

Costa Crociere poteva dunque davvero stappare lo champagne per lo scampato pericolo, quantomeno perché alcune voci delle pretese risarcitorie delle parti civili erano state in qualche maniera, sia pur molto discutibilmente, molto ridotte grazie ad una sentenza, definita da qualcuno di noi, da ragionieri del diritto.

Questo gruppo di avvocati decideva a questo punto di fare appello contro la sentenza, rischiando che le cifre concesse come provvisionale potessero anche essere ridotte, per cercare di rimediare alla evidente ingiustizia verso le pretese risarcitorie dei naufraghi della sentenza del Tribunale di Grosseto.

Presentava appello anche il Comandante Schettino e la Costa Crociere, chiedendo questa ultima che venissero ridotti gli importi provvisionali concessi agli enti, e infine la Procura di Grosseto che chiedeva abbastanza clamorosamente un aumento di pena di altri 10 anni di carcere contro l’imputato, già condannato a 16 anni in primo grado.

L’inizio del processo d’appello faceva capire a questi difensori che finalmente ci si trovava di fronte a Giudici che erano predisposti ad ascoltare le ragioni dei naufraghi e che non si erano chiusi in posizioni di rifiuto ideologico delle loro pretese.

Si svolge così a Firenze un dibattimento serratissimo che in un solo mese vedeva la discussione di una trentina di avvocati delle parti civili, della Procura, dei difensori di Schettino e di quelli di Costa Crociere.

Si arrivava così finalmente alla sentenza della Corte d’Appello di Firenze che concedeva alle sole parti civili, è solo a loro, la vittoria: le cifre provvisionali concesse con estrema prudenza dal Tribunale di Grosseto venivano tutte aumentata del 50% a favore delle parti civili costituite. Ma non solo. Gli appelli, tanto dell’imputato che della procura, venivano integralmente respinti.  Attribuiamo, a questo ultimo aspetto, un particolare ed ulteriore significato di riconoscimento al nostro lavoro, Quale evidente segno che la Corte d’appello di Firenze ha sposato la nostra visione sui fatti e sul peso delle responsabilità del naufragio: confermando la condotta criminale di schettino, ma riconoscendo implicitamente che esistono altre responsabilità di “contorno”, altrettanto gravi, non riconoscendo apertamente i danni punitivi, la cui applicabilità nel nostro ordina è tuttora incerta, ma aumentando considerevolmente tutte le provvisionali per i nostri clienti.

Costa Crociere ha preso finalmente una sonora batosta da parte del nostro gruppo Giustizia per la Concordia, che si è distinto per avere il coraggio di tenere duro nei confronti della Costa Crociere, della prudenza della Procura di Grosseto ed in quelli della sentenza altrettanto prudente del Tribunale di Grosseto…e non è ancora finita qui perchè in Cassazione ci saremo e ancora chiederemo il riconoscimento dei danni punitivi, attualmente al vaglio delle Sezioni Unite.

Noi rimaniamo sempre dalla parte delle vittime e continueremo ad esserlo perché la giustizia possa effettivamente trovare posto anche in una vicenda di questo genere dove troppe coperture e troppe omissioni si sono verificate.

Cesare G. Bulgheroni  – Avvocato in Milano

Il danno punitivo – udienza 28.05.2016

Danni-punitivi-Costa-Concordia

Ultimo giro di parola alle parti civili a Firenze nel processo di appello Concordia, con imboscata al difensore di Costa Crociere, tirando fuori a sorpresa solo nell’ultimo intervento di replica, alla udienza del 28.05.2016, la più recente evoluzione giurisprudenziale di legittimità sul tema giuridico del cd. “danno punitivo“, che per tutto il corso del processo è sempre stato molto caldo, controverso e fonte di polemiche, tanto che in primo grado, durante la mia discussione incentrata su questo argomento per conto di tutte le parti civili, avevo provocato l’uscita dall’aula – in segno di protesta – dell’Avv. Marco De Luca, a seguito della richiesta di questo surplus risarcitorio sul modello statunitense, a carico della sua cliente, la compagnia di navigazione; la Suprema Corte di Cassazione, Sez. I Civile, con ordinanza interlocutoria 16 maggio 2016, n. 9978, entra a gamba tesa nella vicenda della Concordia, proprio alla vigilia della sentenza di appello, disponendo la rimessione alle Sezioni Unite della questione sui cd. “danni punitivi” nel nostro ordinamento. La vicenda è particolarmente significativa nel processo che stiamo trattando, in quanto sin da inizio, noi del pool “Giustizia per la Concordia“, abbiamo proposto questa domanda risarcitoria aggiuntiva, ma sempre più, nel corso del dibattimento di primo grado, ci siamo convinti della opportunità, fondatezza e necessità di questo riconoscimento economico, quale elemento correttivo di una serie infinita di condotte criminali di contorno a quelle – non meno pesanti – di Schettino, venute alla luce udienza dopo udienza e poste in essere da Costa Crociere ed i suoi responsabili amministrativi, nelle fasi prima, durante e dopo il naufragio, e che altrimenti resterebbero senza alcuna risposta da parte del sistema sanzionatorio, seppellite per sempre tra le centinaia di faldoni processuali. La Cassazione, incidentalmente alla questione di riconoscibilità in delibazione di una sentenza straniera ove questa contenga un’attribuzione patrimoniale e risarcitoria a carattere punitivo (e non compensativo), si è da ultimo interrogata espressamente ed esplicitamente sull’attuale ed effettiva contrarietà dei danni punitivi al nostro ordinamento interno, alla luce della progressiva evoluzione del concetto di “funzione del rimedio risarcitorio”, da un lato, e del principio di “ordine pubblico”, dall’altro. E’ innegabile, infatti, che il legislatore abbia introdotto negli ultimi anni alcune norme che prevedono una evidente componente risarcitoria ultra-compensativa, la cui quantificazione è collegata non (tanto) al danno subito dalla parte, quanto piuttosto al comportamento di chi ha provocato quel danno: tanto più grave è il comportamento, e tanto più pesante sarà la sanzione economica, che acquista dunque una connotazione punitiva, esemplare e di prevenzione. L’interrogativo, viene quindi rivolto alle SS. UU. della Cassazione, in quanto implicante la soluzione di una questione di massima di particolare importanza.

Il difensore di Costa Crociere, Avv. Marco De Luca, nella propria discussione in questo grado di Appello, aveva quasi sorvolato sull’argomento, disconoscendo qualsiasi valenza ed applicabilità nel nostro ordinamento dell’istituto dei danni punitivi, sostenendo che in questo processo, in questo settore del diritto processuale ed in questo paese, ci si debba occupare solo di diritto positivo, e non de jure condendo, visto che in Italia esiste solo ed esclusivamente la funzione compensativa-riparatoria del risarcimento, essendo invece estranea al ns ordinamento la componente sanzionatoria e punitiva, riconosciuta nei paesi anglosassoni e di common law. Noi invece crediamo e sosteniamo fermamente il contrario, avendo dimostrato che il trend italiano ed europeo è esattamente in direzione contraria, ossia per l’apertura al danno punitivo, e che, sopratutto in un processo eccezionale come questo, ci sia lo spazio per occuparci del diritto evoluto, e compiere un passo avanti per una pronuncia innovativa e coraggiosa, mettendo da parte calcolatrici, tabelle, e codici impolverati o spesso ammuffiti. Il rischio che le multinazionali, pur conoscendo l’esistenza di alta probabilità di un prevedibile danno ad una moltitudine di soggetti (es. per un difetto di fabbricazione, per la mancata adozione dei misure adeguate di prevenzione, per la mancata formazione dei propri dipendenti etc.), si facciano il calcolo di quanto possa costare pagare i risarcimenti tabellari, piuttosto che investire per evitare i danni “attesi”, ottiene così un efficace correttivo, ristabilendo un equilibrio, ed incentivando il livello di attenzione e prevenzione contro i “mass tort”.

La remissione della questione alle SS.UU., fatalmente, testimonia il serio ripensamento anche da parte dei giudici di legittimità sui danni punitivi, essendo stata revocata seriamente in dubbio la permanenza di uno sbarramento al possibile riconoscimento, anche nel nostro ordinamento interno, dei cd. “danni punitivi, seguendo, e lo diciamo con uno spunto di orgoglio personale e professionale, esattamente lo stesso identico percorso logico, dottrinale, giurisprudenziale e normativo che abbiamo illustrato ai giudici di Grosseto prima, e di Firenze ora, per sostenere le ragioni della nostra istanza risarcitoria.

Sul punto abbiamo già avuto modo di criticare la sentenza di primo grado, definendo i giudici del tribunale di Grosseto una sorta di “ragionieri del diritto“, per la dimostrata mancanza di coraggio nella possibilità di scardinare un concetto ormai inadeguato e superabile del diritto risarcitorio nazionale. Alla luce dell’invio della questione alle Sezioni Unite, però, i giudici del Collegio di Appello di Firenze non potranno affrontare con altrettanta chiusura mentale il tema dei danni punitivi, e dovranno quantomeno dare una risposta alle perplessità sollevate dalla Cassazione sulla assenza di un tale meccanismo sanzionatorio e di prevenzione anche nel nostro paese.

Avv. Massimiliano Gabrielli

Per maggiori approfondimenti: MEMORIA DI REPLICA DEPOSITATA IN APPELLO CONCORDIA SUI DANNI PUNITIVI

Repliche delle parti civili – Udienza 23.05.2016

Il palazzo di giustizia di Firenze

L’udienza del 23 maggio è stata dedicata alle repliche delle parti civili. Hanno preso la parola nell’ordine l’avvocato Quartararo per INAIL, l’avvocato Lucchese per Sos isola del Giglio, e i nostri avvocati Bellotti, Guarini, Romeo e Bulgheroni di Giustizia per la Concordia e, infine, gli avvocati  Vitrano e Suriano.

Al di là delle singole posizioni rappresentate – in particolare quella di S.O.S. per il Giglio che ha dovuto replicare duramente contro l’avvocato De Luca per Costa in quanto si era assistito nella sua replica ad un vero e proprio dileggio di quell’associazione nata dopo il naufragio – tutti gli altri colleghi hanno replicato alla discussione del difensore di Costa Crociere sottolineando come la stessa responsabile civile non ha affatto appellato contro le statuizione civili della sentenza che riguardavano i passeggeri e comunque gli infortunati.

Molto interessanti i punti di vista espressi dall’avvocato Bellotti che ha ricordato come Costa in ogni modo debba rispondere per ogni danno che il comandante Schettino ha provocato ai passeggeri, modo sottolineando che non può esimersi dal corrisponde ogni risarcimento che verrà concesso compresi i danni punitivi. L’avvocato Guarini invece ha replicato anche alla difesa dell’imputato chiedendo che il suo appello venga rigettato e che venga confermata la sentenza di condanna nei suoi confronti, ritendeno scandaloso che la difesa chieda addirittura l’assoluzione piena del Comandante. Il punto di vista dell’avvocato Romeo che ha ribadito nelle sue conclusioni, è quello per cui in ogni modo la corte d’appello di Firenze ha la possibilità di entrare nel merito dei risarcimenti considerata che la richiesta proposta in appello ha quello per oggetto. L’avvocato Bulgheroni invece si è soffermato sulla opportunità che ha la corte di appello di entrare nella questione risarcitoria con un punto di vista privilegiato, perché conosce non solo delle conseguenze del naufragio ma anche di tutto l’evento che si è succeduto, cosicché può effettivamente capire come i danni siano aggravati dall’evento stesso. Gli avvocati Suriano e Vitrano si sono soffermati invece sulle singole posizioni dei loro clienti, registrando la vibrata discussione dell’avvocato Suriano, scandalizzata dalla richiesta del legale di costa di rigettare integralmente le richieste risarcitorie dei suoi assistiti.

L’udienza è stata così aggiornata al 27 maggio riservando l’ultimo intervento delle parti civile al collega Massimiliano Gabrielli, che si soffermerà nuovamente sulla delicata e molto controversa questione del danno punitivo.

A seguire, nella stessa udienza, la contro replica del responsabile civile e come ultima parola le difese dell’imputato, per poi attendere la camera di consiglio per  la sentenza il 30 maggio.

Arringa Avv. Saverio Senese – Udienza 20.05.2016

Parola alla difesa di Schettino

La discussione dei motivi di appello a Firenze dell’Avvocato Saverio Senese, nuovo difensore di Schettino, successiva a quella tenuta ieri dall’avvocato Donato Laino, apre con modi garbati, seppure nella pretesa abbastanza arrogante di giungere all’inverosimile risultato di una assoluzione in appello, e retoricamente rivolgendosi di continuo – anche girandosi fisicamente – alla platea di ascoltatori che, alle spalle dei banchi dei difensori togati, assiste alla udienza: uno sparuto gruppo di giornalisti disarmati dalle telecamere (stavolta non ammesse in aula), a cui il legale dice di non voler dare alcun peso ulteriore nella vicenda processuale, fin troppo infiltrata da sovraesposizione mediatica, eppure continuando più volte a riportare nel suo argomentare riferimenti giornalistici ed interviste dallo stesso rilasciate – ed un gruppo di una ventina di giovani studenti di giurisprudenza – che oggi sembrano essere presenti a suo uso e consumo – mostrando subito la provenienza formativa dell’Avv. Senese e la sua evidente esperienza in processi per criminalità organizzata: nella arringa difensiva tenta infatti, come prima cosa, di smontare la attendibilità dei testi, poiché – a suo dire – sarebbero tutti interessati ad attribuire la colpa interamente a Schettino al fine di elidere le proprie responsabilità anche di natura penale. La sensazione è che “ricicli” argomenti più volte trattati su collaboratori di giustizia e sulla utilizzabilità delle dichiarazioni accusatorie dei pentiti nei confronti dell’imputato. Completamente fuori tema quindi, a nostro parere, rispetto al caso di specie: sarebbe stato invece pertinente e di una certa efficacia sottolineare il fatto che praticamente tutti i testi chiave erano e restano dipendenti al soldo di Costa Crociere, testi spesso accompagnati in aula a Grosseto dagli avvocati della compagnia, sentiti in audit interni prima che dalla autorità giudiziaria e che hanno ricevuto risarcimenti ed indennizzi immediati ed enormemente superiori ai passeggeri. E che in molti casi sono stati promossi, premiati dalla Compagnia anche nel caso di dipendenti inizialmente coimputati di Schettino in concorso tra loro per i reati di naufragio, omicidio plurimo e lesioni, e hanno poi patteggiato la pena, come nel caso di Ferrarini. Su questo argomento non dice nulla.

 

Parla invece ed a lungo di errori grossolani della sentenza, ne avrebbe contati 120 – 130 nella decisione di primo grado, della intenzione della procura di dare ragione a De Falco a tutti i costi e di una volontà di privilegiare le sensazioni e le interpretazioni sulle prove certe. A partire, appunto, dalle dichiarazioni dei testi.

Attacca – senza però essere convincente sui motivi alla base dei motivi di inutilizzabilità – la testimonianza di Canessa, Coronica, Ambrosio, Ursino, Pilon, Ferrarini, Iannello e così via dicendo, sostenendo che si debba procedere alla cd. prova di resistenza – ovverosia verificare se – venendo meno questi argomenti di accusa, l’impianto logico accusatorio sia in grado di resistere e la sentenza possa pervenire comunque ad una affermazione certa di responsabilità penale dell’imputato, oltre ogni ragionevole dubbio. Come nella cultura del diritto di difesa e garanzia della presunzione di innocenza dell’indagato, prima, e dell’imputato poi, che continua a invocare rivolgendosi alla Corte. Chiede al Collegio di appello di togliere di mezzo, una ad una, tutte le testimonianze, arrivando poi anche a voler eliminare dalle fonti di prova l’interrogatorio di garanzia dello stesso Schettino poiché sarebbe stato reso in una condizione di prostrazione psicologica del comandante, e quindi non utilizzabile come fonte di responsabilità sicura stante le sue dichiarazioni autoaccusatorie. Dimentica forse però che, pur sgombrando la motivazione da questo elementi di supporto, restano i 150 faldoni di dati, la timeline, le registrazioni del VDR, le perizie e tutti quegli altri elementi dai quali emerge una ineludibile catena causale: riuscire ad allargare il tema delle responsabilità verso i sottoposti, e perfino verso la Compagnia, non elimina ne alleggerisce quelle dell’imputato. Non riesce quindi l’avv Senese ad interrompere il nesso causale ed eziologico tra le condotte di Schettino e gli eventi delittuosi che gli sono stati contestati, perché per quanto ci siano responsabilità ed errori pure di altri, l’antecedente causale principale è tutto e solo suo. Non riesce a convincere nel voler smontare due anni di processo tramite qualche singolo elemento di incongruità.

La difesa del Comamdante Schettino prosegue infatti nel voler affermare che, a suo modo di vedere, le prove non ci sono e quelle che ci sono, sono state lette nella maniera sbagliata: “Io non dico mai che Francesco Schettino è innocente, dico solo che non ci sono le prove per condannarlo“, ha detto Senese, sostenendo invece il disprezzo delle regole processuali più elementari da parte del tribunale di Grosseto; insomma l’imputato, sarebbe stato vittima di un accanimento unico;

Schettino – ha continuato la difesa – non ha mezzi, non ha soldi. Noi della difesa non abbiamo i potenti mezzi che ha l’accusa“. Passando poi al tema dell’abbandono della nave l’arringa si perde nella vacuità della richiesta di cancellare in tutto il mondo la immagine di Schettino come l’esempio della peggiore napoletanità. Si sarebbe continuato a chiamarlo Comandante anche quando era a terra ed ormai un naufrago come gli altri, solo per potergli addossare responsabilità che non aveva più! Senese afferma addirittura che vi sarebbe la prova provata, nelle stesse carte dell’indagine, che il Comandante era certo che fossero sbarcati tutti, eppure il tribunale ha preferito accogliere suggestioni psicologiche per condannare Schettino.

Dopo la pausa, l’avvocato Senese sembra recuperare lucidità e torna, in chiusura del suo intervento, su un terreno a lui più congeniale, più sostenibile e molto ben argomentato: quello delle cd. subordinate, ovverosia la richiesta di una diminuzione della pena di 16 anni già comminata nel precedente grado, attraverso il possibile – doveroso – riconoscimento delle attenuanti generiche, negate dal tribunale sulla base di argomentazioni davvero contraddittorie, per come espresse dai giudici grossetani: si sarebbe difeso cercando di scaricare la propria responsabilità dandola ad altri, in un paese, come il nostro, dove difendersi – perfino mentendo – è un diritto. E l’incensuratezza e comportamento processuale del Comandante non dovrebbero -secondo la arringa difensiva, essere disconosciute nuovamente dalla Corte d’Appello.

Una buona chiusura, tutto sommato, con un tocco accettabilmente umano ad un processo che tratta di pene prossime all’ergastolo, con il finale richiamo alla funzione riabilitativa della pena, incompatibile con una condanna a 27 anni di carcere, come richiesta dalla accusa.

Dopo le repliche del PM E PG, previste sempre per oggi, il 23.05 si passa alle repliche parti civili, 27.05 repliche della responsabile civile Costa Crociere e il 31.05 camera di consiglio per la sentenza.

Appello Concordia: prima udienza l 28 aprile 2016

Appello concordia Schettino.jpgInizierà a Firenze il 28.04.2016 il processo d’appello contro la sentenza di primo grado  pronunciata appena  l’11 febbraio 2015 dal Tribunale penale di Grosseto sul naufragio della costa Concordia, avvenuto il 13 gennaio 2012 al largo dell’isola del Giglio, ad appena quattro mesi dall’invio di tutte le carte processuali ai Giudici della Corte d’appello di competenza toscana.

Una evidente velocità privilegiata, quindi, anche per il secondo grado del monumentale processo, che nella precedente fase è riuscita a giungere a sentenza in soli due anni, articolandosi in circa 70 udienze (di media per sessioni da 3 giorni e due volte al mese, ma anche con punte di una settimana intera e 3 sessioni per mese, con udienze dalla 9,30 della mattina alle 18,00, a volte protratte ad oltranza fin dopo la mezzanotte), centinaia di testimoni e consulenti ascoltati in aula, un eccezionale numero di parti civili costituite, e circa 75 faldoni di carte processuali, documenti, trascrizioni, verbali, perizie, dati informatici ed elementi di straordinaria portata sia numerica che di analisi e studio.

Nel processo di appello le cose saranno estremamente più semplici dal punto di vista istruttorio, mentre per il Collegio della Corte d’Appello di Firenze sarà particolarmente complessa la analisi delle contrapposte doglianze, sollevate da tutte le parti processuali contro la sentenza del Tribunale.

Ha ovviamente proposto appello Francesco Schettino, classe 1960, unico imputato e condannato a 16 anni di reclusione ed 1 mese di arresto per tutti i reati contestati dalla Procura, dall’omicidio colposo plurimo alle lesioni colpose plurime, dal naufragio colposo alla violazione delle norme di prevenzione infortuni, fino all’abbandono della nave, quello contro cui si è più caparbiamente opposto il Comandante. I difensori di Schettino puntano ad una riduzione della pena, che ritengono eccessiva trattandosi di reati di natura colposa, ed alla diversa incidenza causale sull’evento, in relazione ai molti malfunzionamenti della nave e della procedura di emergenza predisposta da Costa Crociere. Lo stesso Schettino ha aggiunto di suo pugno dei suoi «personali motivi di appello», con i quali chiede che invece venga diversamente valutato il suo «tratto umano».

Ma ha presentato appello anche la Procura di Grosseto, capitanata dal PM dott. Alessandro Leopizzi, per una revisione in senso opposto della pena erogata, a  fronte delle ben più alte richieste  (26 anni in tutto) formulate in primo grado dall’accusa, per il concorso dei vari capi di imputazione.

Hanno proposto impugnativa anche decine di parti civili, tra i quali – come sempre in prima linea – i legali del ns. pool di Giustizia per la Concordia, avverso i criteri di liquidazione delle provvisionali ai passeggeri ed alle vittime, per un riconoscimento dei danni più alto ed una sentenza che faccia giustizia sostanziale più adeguata. Ricordiamo la più contestata liquidazione, per la morte della passeggera tedesca Gabriele Grube, in soli 60mila euro di provvisionale, e le liquidazioni ai sopravvissuti, che vanno dai 30 ai 50 mila euro a testa, puntando quindi ad ottenere acconti provvisionali più consistenti con il secondo grado. Punto fermo resta la ns. richiesta, poi, dei famosi danni punitivi, sul modello statunitense, che andrebbe a sanzionare economicamente in modo molto pesante Costa Crociere, con un meccanismo deterrente e di prevenzione per evitare il ripetersi di tragedie del genere, favorite da politiche di risparmio delle compagnie di navigazione sulla formazione equipaggio, manutenzione e sicurezza in genere. Anche molte associazioni ed enti, come il Comune del Giglio, hanno proposto appello contro una sentenza che in primo grado li ha lasciati quasi totalmente a bocca asciutta.

Ha infine appellato la sentenza anche la stessa Costa Crociere, soprattutto contro le liquidazioni milionarie ottenute dai ministeri e da alcuni enti, a fronte delle spese ed impiego mezzi ed uomini per contrastare la emergenza Concordia, che a livello nazionale ed internazionale ha avuto evidenza prioritaria.

Si aprirà quindi il 28 aprile una nuova e impegnativa pagina processuale sul naufragio del secolo, e noi saremo ancora una volta presenti in aula a Firenze per sostenere le ragioni delle uniche e vere vittime incolpevoli della tragedia, i passeggeri.

13/01/2016 quattro anni dal naufragio Concordia

Sono passati quattro anni esatti dal tragico naufragio della Costa Concordia al largo dell’isola del Giglio; il relitto della nave, rimasto a lungo adagiato su un fianco come monumento alla assurdità umana, è stato rimosso e quasi completamente smantellato. Non si cancella invece per tutti noi la memoria ed il ricordo per le vittime e l’impegno per coloro che hanno avuto la vita stravolta da quella che doveva essere una crociera felice;  il processo penale, giunto ad una severa condanna nei confronti del Comandante Schettino, pende ora in appello, nel segno della nostra costante ed instancabile ricerca delle concorrenti e ancora più gravi responsabilità dell’armatore.

Un processo storico che ha cambiato già molte regole sulla sicurezza a mare, ma che può ancora dare un significato a questo incidente, affinché non ci sia più una altra Concordia.

Il Tribunale chiede proroga per deposito della sentenza Concordia

IMG_7360-0ll Collegio del Tribunale di Grosseto, a ridosso del termine previsto per il deposito della sentenza, ha richiesto alla Corte d’Appello di Firenze di concedere una proroga per ultimare la redazione delle motivazioni della decisione di primo grado, con la quale, meno di tre mesi fa ha condannato Schettino a 16 anni e liquidati una provvisionale a parziale risarcimento dei danni in favore dei passeggeri. Anche se oggettivamente la colossale mole dei documenti processuali puó far comprendere la difficoltà con la quale si devono essere confrontati i Giudici , questo ritardo provoca un ulteriore ed ingiusto ritardo anche per la erogazione del risarcimento in favore dei passeggeri, che Costa Crociere, senza che ciò fosse neppure essenziale visto che gli importi della provvisionale singolarmente riconosciuta ad ogni passeggero è stata già stabilita con il dispositivo della sentenza, ha sospeso in attesa del deposito della parte motiva della decisione di primo grado. La cancelleria di Grosseto comunica laconicamente che la istanza del Presidente Giovanni Puliatti “è in corso di valutazione, quindi non è dato sapere se verrà accolta o meno, né che tipo di proroga verrà concessa.

Udienze 11, 12 e 13 dicembre 2014 + Ud. 21.01.2015 – esame imputato e testi

IMG_6637Una delle ultime fatiche processuali in programma prima della discussione finale si è celebrata alle udienze 11, 12 e 13 dicembre 2014, dopo aver ascoltato – e studiato attentamente – l’esame imputato da parte del Pubblico Ministero alla precedente tornata, il microfono passa agli avvocati delle parti civili, agli stessi difensori di Schettino, per poi fare un ulteriore “giro” di domande con il riesame.

Come abbiamo già sostenuto, la lunghissima serie di domande effettuate dal PM Dottor Leopizzi, seguendo passo per passo il filo logico e temporale della timeline e la impostazione Schettinocentrica voluta dalla pubblica accusa, ha lasciato inesplorata una vastissima zona “grigia”, costituita da tutte quelle circostanze di contorno, non legate direttamente all’evento, ma che hanno indubbiamente contribuito alla realizzazione della tragedia: malfunzionamenti della nave, impreparazione dell’equipaggio ed inesperienza degli ufficiali di coperta, precedenti inchini e pratiche aziendali di gestione omertosa delle emergenze, manutenzione fittizia di alcuni apparati come il d.g.e., direttive di Ferrarini dalla unità di crisi e condivisione con i vertici aziendali di costa e Carnival su quanto stava accadendo prima di ordinare l’emergenza generale, etc. etc.. Insomma, una mala “cultura” aziendale che ha preparato il terreno per consentire il realizzarsi della catastrofe. Tutti elementi sui quali noi legali delle parti civili ci siamo invece spesi molto, in due anni di udienze e nuovamente nella fase iniziale del nostro esame al Comandante, esplorando in questo senso la sua volontà di voler “collaborare” e dire apertamente le cose – prima di irrigidirlo nell’affrontare argomenti diretti al suo ruolo ed affondare il coltello nelle piaghe delle sue ulteriori ed innegabili responsabilità, seguendo un metodo diverso rispetto alla Procura, ovverosia proponendo domande secondo argomenti piuttosto che seguire la sequenza temporale dei fatti, e ripartendo il turno di domande tra noi avvocati, raggiungendo ancora una volta un encomiabile – e fuori del comune – accordo nell’ordine, con la collaborazione di tutti gli avvocati in aula che hanno pazientemente atteso il turno e ridotto l’ambito delle proprie domande a tematiche a quelle non toccate già da altri colleghi. Come detto, quindi, una scelta ragionata di impostazione sull’esame delle parti civili, passando da una prima e corposa “ondata” di domande (avv. Bulgheroni + Avv. Gabrielli) in cui abbiamo cercato sopratutto riscontri nella corresponsabilità dell’armatore (nella necessità, al fine di sostenere la pretesa di un danno punitivo – o danno aggravato dalla condotta, di allargare il tema delle responsabilità) il che, soprattutto da un punto di vista penalistico, non vuol dire affatto voler diminuire quelle di Schettino, e tantomeno di sostituirci ai difensori dell’imputato (come improvvidamente commentato in aula da alcuno). Alla fine abbiamo ottenuto riscontri significativi sugli elementi che intendevamo approfondire riguardo alla gestione, manutenzione, procedure di funzionamento e di emergenza sulla nave.

Con la seconda tornata di avvocati, invece, si è chiarito in modo inequivocabile che le parti civili non fanno sconti a nessuno, primo fra tutti all’imputato, il quale, in qualità di Comandante, aveva ed ha delle responsabilità oggettive, ma, soprattutto, poiché è ormai acclarato che Schettino portò consapevolmente la nave oltre il punto di accostata programmato, che assunse i comandi in modo approssimativo, che rallento i tempi di emergenza generale cercando di risparmiare sul costo dei rimorchiatori, che minimizzò l’evento con la guardia costiera e che, preso dai sensi di colpa, ebbe un vero e proprio blocco psicologico che non gli consentì letteralmente di pronunciare la parola “abbandonare” la nave o la plancia, nemmeno con i suoi ufficiali e le autorità marittime. Gli avvocati Targa, Suriano e Guarini, queste ultime anche nella ulteriore fase del riesame, hanno puntato l’indice della colpa del naufragio, prioritaria e principale, sull’imputato Schettino, facendo emergere alcune delle incongruità nella sua versione, portandolo spesso ad innervosirsi ed avere reazioni anche molto scomposte, ma certamente dimostrando il suo ruolo non solo formalmente apicale, ma anche concretamente effettivo al comando della nave quella notte, inchiodandolo quindi alle sue responsabilità.

Il processo della Costa Concordia, questo ormai è chiaro, ha fatto emergere dei veri e propri buchi neri nella procedura di gestione delle emergenze su queste tipologie di giganti del mare da crociera: aldilà della normativa e delle procedure previste, è un dato di fatto che, su queste navi, neanche in condizioni ottimali, fermi all’ancora in porto, è possibile sbarcare 4.000 passeggeri in modo efficiente ed ordinato in mezz’ora, come anche appare un dato concretamente verificato che sulle navi classe concordia vi siano problemi fisiologici e di progettazione che rischiano di compromettere gravemente la macchina dell’emergenza, esattamente come è avvenuto a bordo della Costa Concordia. Questo, in aggiunta ad un equipaggio che praticamente non conosceva la lingua ufficiale di bordo, l’italiano, e solo in minima parte parlava l’inglese (Schettino conferma che lo più si facevano capire A GESTI – ma anche che CIASCUN singolo membro di equipaggio deve svolgere – o meglio dovrebbe – un ruolo di supporto ai passeggeri durante le fasi di sbarco nel ruolo d’appello).

Chiusa la fase dell’esame imputato e dopo il breve stop di fine anno, il primo appuntamento sul calendario di udienza 2015 accusa un breve slittamento a causa di un problema di salute ad uno dei giudici che compone il Collegio. Nulla di grave, per fortuna, tanto che l’udienza slitta di una sola settimana.

A chiudere le attività istruttorie del processo Concordia, all’udienza del 21.01.2015 vengono quindi sentiti i testi a difesa proposti dall’imputato: 4 soli testi di cui uno assente. Si procede ad ascoltare il capitano di vascello Leopoldo Manna, capo della centrale operativa delle Capitanerie di Porto a Roma, che ha ricordato i contatti telefonici con Schettino nelle fasi del naufragio, dicendo che parlava “per flash” al telefono e che sembrava «scosso» ritenendo non fosse l’interlocutore più adatto in quel momento. La difesa dell’imputato vuole mettere a confronto il diverso atteggiamento calmo e collaborativo di Manna con quello autoritario ed aggressivo del comandante De Falco.

I PM immediatamente depotenziano il teste “chiave” di Schettino e tirano fuori dal cilindro un colloquio tra Manna e un operatore della centrale operativa quella notte, fatto sentire in aula, nel quale si sente il capitano che dice «quel comandante è rincoglionito, povero Cristo». Troppo facile, se lo dovevano aspettare mettendo quel teste in lista testimoniale. Una ulteriore scelta difensiva suicida dell’imputato.

Esauriti i testi, trattate le questioni sulle acquisizioni documentali, con una serie di richieste ed opposizioni delle parti, e superate, come prevedibile senza alcuna ammissione, le richieste ex art. 507 cpp, il Presidente, alle ore 19,00 circa, e ci è sembrato – francamente – con la voce segnata da un pó di emozione, dopo 56 udienze in due anni, dichiara solennemente chiusa la istruttoria dibattimentale.

Da domani e per tutta la settimana, ad oltranza fino a sabato (eventuale), ascolteremo la requisitoria finale dei pubblici ministeri dott. Leopizzi e dott. Pizza. Finirà probabilmente la dott.ssa Navarro con la richiesta di condanna per l’ex comandante della Concordia, secondo le ns previsioni ad oltre venti anni di reclusione.

Da lunedì 26 e per tutta la settimana tocca a noi avvocati di parte civile fare la discussione, e ci prepariamo da settimane a fare del nostro meglio.

13 gennaio 2015 -TRE ANNI DAL NAUFRAGIO CONCORDIA

costa_concordia11-300x227Sono passati tre anni dalla tragica sera del 13 gennaio 2012 quando la Costa Concordia naufragò a poche centinaia di metri dall’isola del Giglio. Il rinvio inatteso nel calendario di udienze – dal 12-13 alla giornata del 21 gennaio e seguenti, ci priva purtroppo della possibilità di onorare e ricordare di nuovo le persone scomparse osservando oggi un minuto di silenzio in aula, come avvenuto lo scorso anno. Per il terzo anno consecutivo ci ritroviamo però idealmente stretti ai nostri clienti, ai parenti delle vittime ed a tutti i superstiti, a ricordare coloro che in quella buia notte hanno perso la vita a causa di una manovra insensata, e per il mancato funzionamento delle più elementari misure di sicurezza a bordo della nave. A quelle trentadue vittime vanno doverosamente aggiunti i due sub, che hanno trovato la morte nelle lunghe operazioni di raddrizzamento del relitto.

Ora che la nave, adagiata prima su un fianco e poi seduta su uno sperone di roccia, è stata con grande clamore ed allegramente portata via dal Giglio, viene meno anche il monumento alla stupidità umana che rappresentava; eppure la nuova tragedia del traghetto Norman Atlantic dimostra che non sono finite le lacrime da versare, le azioni da intraprendere ed altre parole da spendere per garantire la sicurezza dei passeggeri su questi giganti del mare.

Come avvocati di parti civili ci aspettiamo giustizia completa e totale su questo terribile evento, giustizia che soltanto in parte, lo sappiamo, potrà arrivare dalla sentenza del Tribunale di Grosseto che verrà letta da qui a pochi mesi. Rimaniamo convinti, infatti, che il naufragio del Giglio, oltre a Francesco Schettino ed ai suoi ufficiali, sia il frutto di un percorso, ed abbia anche altri responsabili rimasti a guardare ben sapendo cosa stava per accadere, a cominciare dall’armatore Costa Crociere passando per le Capitanerie di Porto e finendo al Registro Navale italiano.

Finquando non verrà fatta piena luce su ciò che non ha funzionato sulla nave, sull’impreparazione dell’equipaggio e sui permessi accordati all’armatore per navigare infischiandosene dei costi per la sicurezza a bordo, non vi sarà mai verità che onori questi morti. Siamo vicini alle loro famiglie e a tutti coloro che pur sopravvissuti hanno avuto le vite indelebilmente segnate e in alcuni casi totalmente stravolte da quella traumatica esperienza.

SALTA IL PROSSIMO TURNO DI UDIENZE

IMG_6108Udienze di lunedì 12 + 13 gennaio rinviate a data da definire per impedimento di un membro del collegio dei Giudici. Il nuovo calendario si stabilirà lunedì prossimo, comunque non sono previsti particolari ritardi nella tabella di marcia che prevede inizio discussione gia entro il 20 gennaio con il PM ed il 23 finire con le discussioni delle parti civili

COMUNICATO STAMPA: #NORMAN ATLANTIC: “GIUSTIZIA PER LA CONCORDIA” PRESENTA UN ESPOSTO CONTRO RINA

Logo-comunicato-stampaProprio alle battute finali del processo penale contro Schettino, gli avvocati di parte civile di Giustizia per la Concordia avevano sollevato la questione sulla mancanza di sicurezza sulle navi passeggeri, superficialità nelle certificazioni e possibilità di partenza dai porti con avarie, emersa in modo eclatante nel naufragio della Concordia e finora completamente sottovalutato.

Per questo gli stessi avvocati depositeranno presso la Procura di Bari, la quale ha già aperto un fascicolo per naufragio colposo, un esposto contro il RINA (Registro Italiano Navale), che ha certificato il traghetto Norman Atlantic, esattamente come aveva fatto per la Concordia.

Tale esposto verrà inviato anche al Ministero dei Trasporti, che a seguito del naufragio della Concordia aveva istituito una commissione di inchiesta per verificare l’efficienza del sistema delle certificazioni delle navi, affinché adotti con urgenza provvedimenti a tutela dell’incolumità dei passeggeri.

ESAME DEL PM A SCHETTINO – udienze 2 e 3 dicembre 2014

20141206-074034.jpgLa premessa di metodo a questa relazione di udienza è un atto d’obbligo. Non procederemo, infatti, a sottolineare e commentare, secondo il metodo fin qui utilizzato, i punti sensibili per le parti civili su tutto quanto avviene in udienza, dando evidenza a ciò che riteniamo esser emerso, o che sarebbe dovuto emergere, a sostegno delle posizioni dei nostri assistiti, e le relative conseguenze o possibili influssi sul processo, sulla sentenza o semplicemente sull’accertamento della verità. Occorre invero tener conto del la circostanza che il tanto atteso esame dell’imputato non si è affatto esaurito. Tanto atteso ovviamente dai media di mezzo mondo e dai passeggeri, ma anche, e ciascuno per le proprie diverse motivazioni, da tutti i soggetti processuali: Pubblico Ministero, parti civili, responsabile civile, dai difensori dell’imputato e, sopratutto, dallo stesso Comandante Schettino, ed a buona ragione, se ci limitassimo a quanto emerso dopo l’esaurimento della sua prima parte. Due udienze, dalle 9,30 alle 18-19 di sera, che hanno ripercorso per la ennesima volta tutta la timeline dell’incidente, esplorando molte altre circostanze di contorno e connesse ai fatti oggetto della imputazione, e non solo. La prova, però, come dicevamo, non si è affatto conclusa; i giorni 2 e 3 dicembre sono stati totalmente impegnati dal dott. Leopizzi, il quale, attraverso centinaia di domande, accompagnate da slides, video/audio e trascrizioni del Dvr, è stato il primo a condurre i “giochi”. Poi, secondo un sistema procedurale che privilegia sempre la possibilità dell’ultima parola alla difesa dell’imputato, toccherà alle parti civili, al responsabile civile e come ultimo turno, ci saranno le domande degli Avvocati Pepe e Laino. E tenuto conto che, come abbiamo visto, Schettino si prepara, e con il PM si è preparato pure molto bene, non vogliamo anticipare in modo eccessivo quali saranno i punti delle nostre domande all’imputato.

L’esame dell’imputato è qualcosa che un avvocato difensore concede al processo dibattimentale con molta parsimonia ed in casi estremamente limitati. Rinunciare ai molti vantaggi di una difesa in contumacia è già una prima decisione che, in questo caso, possiamo considerare obbligata. Prima di tutto perché Schettino è importante che ci sia in aula, e non solo perché è uno che ha deciso di “metterci la faccia” (abbiamo visto che quando è toccato ai passeggeri raccontare le loro storie ha saltato a piedi pari tutte le udienze, mentre non era mai mancato a tutte le prove testimoniali condotte dal PM), ma semplicemente perché è il super-consulente della difesa. Attraverso la sua esperienza professionale, e la conoscenza della verità assoluta sui fatti, è il soggetto che più di ogni altro può essere di supporto alla ricostruzione della verità. Ovviamente cercando di far uscire fuori la SUA verità, e nella molto limitata misura e nel tempo per lui conveniente. Sottoporsi ad esame è stata sicuramente una ferma sua decisione, e, dobbiamo confessarlo, alla vigilia della prova in aula pensavamo si sarebbe rivelata una scelta suicida. Ci aspettavamo che il PM, dott. Leopizzi, che pur molto bravo ed esperto e – più di ogni altro – in possesso di una visione dettagliatissima su ogni minima piega di questo processo (con il limite – non da poco – di stare sempre ben attento a non alzare alcune pieghe che potrebbero portare in direzioni evidentemente non volute dall’ufficio inquirente di Grosseto), in una giornata di esame inchiodasse Schettino alle sue evidenti e innegabili responsabilità, immaginavamo che il Comandante venisse subissato dalle contestazioni sulle tante contraddizioni – ben presenti nelle sue istrioniche e diverse versioni dei fatti, incalzandolo tanto da farlo addirittura andare in crisi, bloccarlo e portarlo a balbettare altre contraddizioni fino a non voler proseguire oltre. Lo temevamo anche per la nostra successiva possibilità, in tale ipotesi drasticamente svilita, di affrontare con il Comandante argomenti per noi importanti, sapendo che la Procura non li avrebbe neppure sfiorati. E Il fatto che l’ansia di questo crollo psicologico la percepisse lo stesso Schettino, era emerso il giorno antecedente quando, attraverso i suoi difensori, il Comandante ha fatto sapere che non avrebbe consentito di essere ripreso dalle telecamere durante l’esame in aula. Girava insomma nell’aria la idea della definitiva crocifissione pubblica del bersaglio piú facile e comodo. Ma questo non è affatto avvenuto.

La prima giornata di udienza si è anzi conclusa in modo totalmente opposto. Per eccesso di volontà di ridicolizzare Schettino, e per la troppa sicurezza sui propri mezzi, sottovalutando la personalità e capacita dell’imputato, riteniamo che la Procura non abbia fatto un buon lavoro. Il dott. Leopizzi ha lasciato che le sue battute, le domande iniziali fuori tema e la gestualità del confronto orale tra le due parti gli venisse riversata contro. Schettino, infatti, dopo l’iniziale imbarazzo alle prime domande, ha acquisito sicurezza e, a differenza di quanto ha fatto con la Concordia, ha decisamente condotto lui “in porto” la prova, sviando con abilità il discorso e portando il PM spesso lontano dalla domanda iniziale, che rimaneva così, in troppe occasioni, uno sterile confronto tra due diverse opinioni, e quindi la domanda in tutto o in parte senza risposta. Aiutato in questo dal Presidente Puliatti, che ha dato al PM la possibilità illimitata di fare domande ed all’imputato lo spazio per rispondere nel modo che riteneva opportuno. Chiariamo: non è che Schettino abbia risposto nel modo e nel limite di quello che gli pareva e piaceva, ma ha dominato e cavalcato ogni confronto/scontro delle contestazioni del PM, rispondendo in modo coerente e logico attraverso la aggiunta di altri elementi non sempre graditi dal PM, facendo battute suggestive e per molti aspetti decisamente efficaci (i manuali e direttive aziendali da centinaia di pagine che mi citate vanno conosciuti prima e io li conosco, ma in quei momenti bisogna agire, durante un naufragio non posso andarmi a consultare alla lettera il manuale delle giovani marmotte; in quel momento ho deciso così perché ero il comandante, dovevo prendere le decisioni in tre secondi, e non è che potevo ritirarmi in camera di consiglio a pensare come fanno i giudici; io ero il comandante: a bordo primo dopo Dio; i suoi consulenti sono madrelingua napoletana come me e possono capire; è come se in plancia mi avessero passato una pentola in mano senza dirmi che era bollente,: tiè, e mo’ so’ cazzi tuoi.. etc etc), utilizzando proprietà di termini e dei dati tecnici della nave, togliendo in alcuni casi credibilità alle conclusioni dei periti e consulenti della autorità giudiziaria, oltre che dimostrando una preparazione a questo esame attraverso lo studio minuzioso ed approfondito di tutte le carte processuali, che in conclusione ha efficacemente contrastato, e in parte sminuito, la azione del Pubblico Ministero. Questo a livello di commento sul profilo del confronto processuale tra le due parti.

Per quanto al merito delle vicende e dei fatti rappresentati da Schettino, come detto, per la necessità di non “scoprire le carte” prima del tempo, conteniamo questa relazione di udienza ad un commento generale senza scendere nel dettaglio dei moltissimi punti -estremamente interessanti – sfiorati o suggeriti dall’esame del PM – da aggiungere a quelli per nulla affrontati e che, invece, saranno oggetto di un ns. esame diretto, come ad esempio – e si può tranquillamente anticipare, la incidenza causale nella gestione della emergenza e sulla morte delle persone derivante dal mancato funzionamento del DGE; zero domande da parte del PM.

Il quadro che esce dalla prima giornata (dall’antefatto al momento dell’urto, il comportamento del comandante ed analisi dei danni – assestmant – da parte dell’equipaggio a bordo e dal personale Costa nella unita di crisi) è assolutamente desolante: la immagine è quella di uno spaccone al comando di un branco di incapaci senza esperienza.

La piramide gerarchica del personale e degli ufficiali di coperta non ha affatto supportato il Comandante nel proprio ruolo di semplice vertice nella conduzione della nave. È chiaro, e Schettino lo ha ben contestato (lui) al PM, che il Comandante non può occuparsi di tutto durante la navigazione normale, verificare se tutti i radar funzionano (i monitor sono accesi tutti anche se ne funziona 1 sui 4 disponibili), se la nave è fuori rotta, se il personale è capace di comprendere (almeno) l’inglese, se le direttive del Comandante sono state eseguite correttamente (es doppie pompe e timone a mano) e se la nave sta per finire sugli scogli. Il mutismo – probabilmente indotto dal confronto impari tra un Comandante esperto e decisamente spavaldo, con ufficiali di coperta-ragazzini di 23 anni, timonieri-ex verniciatori indonesiani e personale di macchina che neanche sa riferire con proprietà di terminologia i diversi locali e comparti stagni interessati dalla falla), ha certamente concorso nell’errore di manovra da parte di Schettino. Certo è però che la nave non doveva passare di li e che l’inchino non fosse una cosa isolata ed una pratica nota a pochi, ma bensì a tutti. Come è certo che, al comando della Concordia durante l’urto sugli scogli delle Scole, ci fosse il Comandante Schettino.

Quello che emerge dalla seconda giornata è, invece, un capovolgimento della piramide di responsabilità, in capo al Comandante che non è in grado di sostenerla: dal momento dell’urto e per la gestione della emergenza doveva essere Schettino a condurre nel modo più efficace, professionale e possibilmente conforme alle procedure di sicurezza a mare tutto il resto del personale di bordo, sopratutto se era, come afferma, consapevole dei limiti di capacità dei suoi sottoposti, mettendo al primo posto la salvaguardia della salute fisica e psicologica dei passeggeri, e non lo ha fatto.

Il senso di colpa e il tentativo di recuperare con l’armatore, pensando alla tutela in primis del valore della nave piuttosto che della vita umana, l’appoggio ad una consolidata prassi di gestione omertosa delle emergenze a bordo delle navi della compagnia Costa Crociere, e il comodo sostegno in uno scellerato rallentamento delle operazioni di sbarco da parte di Ferrarini – capo della unita di crisi a terra, ha prodotto il risultato finale che purtroppo conosciamo tutti, e le responsabilità penali dalle quali l’imputato, anche a seguito dell’esame del PM – seppure condotto al di sotto delle aspettative, non sfugge minimamente.

Quello che sosteniamo e affermiamo da sempre oggi resta ancora più valido e dimostrato. Accanto alle gravissime, oggettive ed ineludibili responsabilità dell’imputato Francesco Schettino, esistono ulteriori ed altrettanto gravi responsabilità che non sono state adeguatamente contestate (vertici societari, da cui la ns. specifica denuncia ed opposizione alla richiesta di archiviazione dei PM, tuttora pendente) o sanzionate (tutti i patteggiamenti scandalosamente concordati dalla Procura e concessi dal Gup).

A partire dall’11, proseguendo alle udienze del 12 e 13 dicembre si darà il via al nostro turno di esame all’imputato, e speriamo che Schettino dimostri molto altro in udienza e non solo di saper fare il bullo, come la stampa estera ha definito la sua prova di questi due giorni, ma sopratutto di avere il coraggio di dire TUTTA la verità e non esclusivamente quella che gli fa comodo.

Qui il resoconto delle due udienze del giornalista del Tirreno, Pierluigi Sposato

Udienza  1 dicembre 2014: I CONSULENTI DI COSTA CROCIERE. 

PTSDbrain1Terminata la fase dibattimentale dedicata all’esame delle centinaia di prove offerte al Collegio dei Giudici ad iniziativa del Pubblico Ministero, e quella successiva dei testimoni e consulenti delle parti civili, il 01 dicembre 2014 viene data la parola alla responsabile civile Costa Crociere, la quale, attraverso i propri consulenti, cercherà di dimostrare la assenza, o minore incidenza, del danno determinato dal naufragio e richiesto dalle parti civili costituite in giudizio: i passeggeri, lo Stato, gli enti locali od associazioni.

Il primo dei consulenti di Costa, è il prof. Giuliano Noci,  ingegnere gestionale del politecnico di Milano, che, attraverso la proiezione ed una pedante esposizione di una infinita serie di slides, procede alla analisi dell’impatto economico dell’incidente sull’isola del Giglio, la provincia di Grosseto, la Regione Toscane e l’Italia. Da tale studio, recuperando i dati dei bilanci/redditi di tutti i soggetti coinvolti, compresi i privati, imprenditori e società presenti sull’isola, secondo il consulente il trend economico negativo, conseguente essenzialmente all’impegno da parte delle varie amministrazioni di risorse da dedicare alla gestione della emergenza ed alle intuibili influenze negative sul turismo, sarebbero state comunque ben bilanciate dalle massicce presenze per quasi tre anni di personale della titan-micoperi, dei giornalisti e turisti “curiosi”, e dai colossali investimenti destinati al recupero e rimozione del relitto.  Le società di capitali e le attività gigliesi in genere, per fare un esempio, recuperando i dati delle varie dichiarazioni fiscali, avrebbero avuto un aumento medio del 25% – 30% dal 2011 al 2013, compensando e recuperando la limitata riduzione dell’attrattività turistica con l’indotto legato alla gestione del dopo incidente, che, dato alla mano, avrebbe prodotto ricchezza per l’economia dell’isola e dei suoi abitanti. L’impatto economico positivo – a seguito delle operazioni di recupero del relitto – viene quantificato sul Giglio in 20 milioni e 500 milioni per l’Italia.

Insomma un beneficio economico e di immagine per tutti, anche a parere del secondo consulente Costa – il sociologo Giorgio del Mare – che ha analizzato statisticamente l’attenzione dei media, televisioni e carta stampata, e l’effetto derivato sull’immagine del Giglio dopo il naufragio. Con statistiche più in stile da trasmissione “prima porta” di Bruno Vespa che processuale, il consulente della compagnia ci dice che l’isola è oggi nota a 8 italiani su 10, mentre prima dell’incidente lo era soltanto a 4 italiani su 10, il 72% delle persone pensa che i gigliesi siano molto ospitali, il Giglio sarebbe la meta più desiderata tra 19 piccole e medie isole, dopo Capri e Ischia. Il 66 per cento degli italiani, infine, desidererebbe trascorrere una vacanza al Giglio, di contro al 67 a Venezia.

Costa Crociere sostiene, quindi, che il ritorno per il Giglio, per la Toscana e per l’Italia intera, non scomodando per fortuna il pianeta terra e la via lattea, sia stato decisamente positivo grazie alla iniezione di danaro derivante dalle operazioni di recupero del relitto. Peccato che poi il dott. Angelo Borrelli della protezione civile, facendo il conto dei costi di gestione della emergenza (16 milioni e 610 mila euro), ci ha riferito che sulla intera somma solo una parte è stata riconosciuta dalla compagnia e che i pagamenti sono stati fatti tutti dalle assicurazioni. Insomma, alla fine della fiera Costa Crociere non ha “cacciato” un euro!

Ma veniamo infine al TERZO CONSULENTE DI COSTA CROCIERE, che ci interessa direttamente, poiché il prof. Costantino Ciallella è il medico legale della compagnia di navigazione – chiamata nel processo penale a rispondere economicamente (anche) dei danni subiti dai passeggeri, soprattutto a livello di danno biologico e disturbo da stress post-traumatico. Possiamo subito dire che l’intervento in aula e la relazione scritta depositata dal consulente, si sono rivelati al di sotto dei nostri timori e davvero di poco spessore, sia fisico (poche pagine di parte “generale” e qualche accenno – a campione su 4-5 posizioni – rispetto a centinaia di parti lese) che scientifico (il medico legale non dimostra di avere alcuna specializzazione in psicologia-psichiatria e sopratutto in ptsd). A ns. domanda (Avv. Massimiliano Gabrielli) emerge sopratutto che i casi effettivamente esaminati dal consulente di Costa attraverso una visita e/o la somministrazione di questionari a qualcuna delle parti civili costituite in questo processo è pari a zero. Di oltre 3.000 passeggeri il prof. Ciallella afferma (senza dimostrarlo in perizia o fornendo alcun riscontro documentale o anagrafico) di aver incontrato 3-4 persone. Sulla rilevanza dei CAPS sostiene che i questionari siano troppo settoriali e più adatti a stress da eventi post-bellici – nonostante, a partire dal 1980, il DSM-III (che ha fatto la classificazione internazionale delle malattie dell’OMS), ha incluso la categoria diagnostica del disturbo post traumatico da stress, DPTS o PTSD, e che lo stesso individui lo strumento diagnostico dei questionari CAPS come il “golden state” per la classificazione di tale psicopatologia.

Cade poi in contraddizione sostenendo che non sia possibile diagnosticare il DPTS come danno permanente in mancanza di certificati, e di una significativa variazione del comportamento o stile di vita nel soggetto. Non riesce però a spiegare secondo lui come sarebbero valutabili tali modifiche nel soggetto se non attraverso i CAPS. Conferma in ogni caso che è innegabile, secondo tutta la letteratura scientifica mondiale, che persone esposte ad un evento traumatico grave abbiano un rischio molto elevato di soffrire di un DPTS. Sempre su ns domanda è costretto – a tal riguardo – a rispondere che – su una scala da 1 a 10 – il naufragio di una grande nave di crociera rappresenta un evento stressante gravissimo PARI A 10. Il massimo previsto dai CAPS.

L’esistenza di effetti psicopatologici dovuti al naufragio è in ogni caso stata apertamente ammessa dalla stessa Costa nella lettera inviata a tutte le vittime italiane del naufragio, firmata da Andrea Tavella (Direttore Commerciale e Marketing Italiana di Costa) e datata 08.02.2012 nella quale si legge: “…siamo consapevoli che per Lei potrebbe essere difficile tornare alla normalità della vita quotidiana cancellando il ricordo dei momenti legati all’incidente vissuto…..proponendole…. un adeguato servizio di supporto da un punto di vista psicologico”. Alla lettura (sotto forma di domanda) del passo di tale lettera, il consulente della compagnia non può che condividere quelle considerazioni, riconoscendo, conseguentemente, il fatto che le vittime di DPTS tra i passeggeri possono soffrire di gravi menomazioni nel loro funzionamento psicosociale, ossia che il disturbo può produrre effetti molto gravi sulla vita di tutti giorni, sui rapporti interpersonali, sulla capacità lavorativa, etc.

Insomma concludiamo con una giornata molto positiva per noi difensori dei passeggeri, uscendo rassicurati dal confronto tra la credibilità dei drammatici racconti dei nostri clienti in aula e delle solide relazioni dei nostri consulenti sul PTSD, e la blanda strumentalità delle difese di Costa Crociere.

Ora starà al Tribunale fare – in sentenza – uno sforzo di apertura mentale e riconoscere ai passeggeri un giusto risarcimento economico con una provvisionale adeguatamente compensativa dei danni da ciascuno di loro dimostrati in giudizio.

A partire dalle giornate del 02-03 e poi 11-12-13 dicembre si prosegue con l’atteso esame del Comandante Schettino, ansioso di raccontare la sua verità sottoponendosi alle domande prima dei PM e poi di noi parti civili per finire con i suoi difensori, e che rendiconteremo con un articolo separato per ogni turno.

COMUNICATO STAMPA: Giustizia per la Concordia collabora con gli ispettori ministeriali

Logo-comunicato-stampaCOMUNICATO STAMPA

Il 20.11.2014 gli Avvocati Cesare Bulgheroni, Alessandra Guarini e Massimiliano Gabrielli, legali di parte civile nel processo penale sull’incidente della Costa Concordia, sono stati ricevuti a Roma presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti dagli ispettori nominati dal Ministro Maurizio Lupi dopo la trasmissione “Report” .

Dopo un lungo ed approfondito colloquio, l’ispettore ministeriale, Ing. Giuseppe Alati,  e la Responsabile della Divisione del Personale Marittimo, Dott.ssa Stefania Moltoni – hanno richiesto al pool “Giustizia per la Concordia” di redigere una relazione sulle problematiche emerse nel corso del processo,  ritenute di interesse per l’attività ispettiva in corso, fornendo atti e documenti utili ad accertare le criticità del sistema delle certificazioni e dei controlli da parte del RINA e degli altri Enti preposti, i malfunzionamenti della nave prima e dopo l’impatto, l’impreparazione e la mancanza di formazione dell’equipaggio, aspetti tutti ampiamente riscontrati da  passeggeri, periti e consulenti.

Gli stessi Avvocati, appena qualche giorno fa, hanno proposto al GIP di Grosseto una articolata opposizione alla richiesta di archiviazione del procedimento penale pendente contro i vertici societari di Costa Crociere e Carnival, sostenendo proprio la evidente responsabilità di quei soggetti in relazione ai consapevoli malfunzionamenti  ed impreparazione del personale marittimo a bordo delle navi della compagnia di navigazione.

COMUNICATO STAMPA – Domnica Cemortan non sarà sentita dalla Procura

Logo-comunicato-stampaDomnica Cemortan non sarà sentita dalla Procura di Grosseto, che ha respinto l’istanza ex articolo 391 bis cpp presentata dai legali di “Giustizia per la Concordia”.

Per la Procura il procedimento contro i vertici di Costa e Carnival deve essere chiuso!

Ancora una volta pare che gli inquirenti non siano minimamente interessati ad approfondire i temi di eventuali responsabilità a carico dei vertici di Costa Crociere, in più occasioni e modi suggeriti dalle parti civili.

Udienza 20 e 21.10.2014 – Effetto “Report”, lo stress post-traumatico e De Girolamo superstar

imageA seguito della inchiesta televisiva “Concordia nazionale” mandata in onda da “Report”, alla quale noi di “Giustizia per la Concordia” abbiamo contribuito in maniera determinante, fornendo alla giornalista Giovanna Boursier tonnellate di materiale processuale, informazioni, intercettazioni e verbali di udienza,  è stata disposta una ispezione ministeriale al RINA (registro italiano navale). Nel corso del programma, tra le molte cose che non vanno, è stata trasmessa una intercettazione telefonica tra l’Ingegner Parodi (responsabile tecnico della Costa Crociere) e l’avv. Porcellacchia (ufficio legale Costa), nella quale si parlava di boccole (la parte in cui ruota il perno delle eliche) che si surriscaldano, prove “finte” a mare delle navi (tra le quali la Concordia), e del fatto che Rina fa tutto quello che gli dice Fincantieri. Ovviamente un fatto gravissimo, che ha letteralmente fatto saltare dalla sedia il Ministro dei Trasporti Lupi, il quale ha poi immediatamente inviato i propri ispettori all’Ente di certificazione nazionale, che dovrebbe quindi essere un organo terzo e imparziale.

La cosa evidentemente ha messo in agitazione Costa Crociere, che il 20.10.2014 ha inviato il proprio legale Marco de Luca a Grosseto per rilasciare dichiarazioni fuori udienza ai giornalisti sulla vicenda “Report”: in poche parole si vorrebbe sostenere che essendo la nave di cui si parlava “in consegna” e quindi non ancora di proprietà della Costa, questa ultima avrebbe sarebbe la danneggiata e non la autrice di una cosa del genere. Peccato che a parlare con piena cognizione di causa e sapendo perfettamente come sarebbe andata a finire la questione sulla certificazione di classe, non fossero Fincantieri o Rina, ma due funzionari di vertice di Costa Crociere, che ha indubbiamente tutto l’interesse ad una consegna in termini, per non perdere due settimane (o mesi) di Crociera sulla nuova nave “in consegna” (lo dicono nella intercettazione), già prenotate e pagate dai clienti. Se poi le boccole si surriscaldano o bruciano chi se ne frega, basta andare più piano. Insomma siamo sempre lì, il parametro per l’armatore non è certo la sicurezza delle navi e quindi dei passeggeri, ma il massimo guadagno. L’Avv. De Luca durante la intervista parla di mistificazioni ma, messo sotto pressione dai giornalisti, risponde stizzito e con evidentissima difficoltà.

Inutile sottolineare che il Ministro Lupi appena ascoltata la intercettazione in televisione, non ha intravisto mistificazioni ed ha subito deciso di approfondire, mentre la Procura, presente in aula mentre quelle intercettazioni venivano sentite per la prima volta, non ha fatto nulla. E il suo mestiere è anche, sopratutto, quello di indagare.

Altra vicenda a margine della udienza è il deposito – da parte dei ns. Avvocati Cesare Bulgheroni, Alessandra Guarini e Massimiliano Gabrielli – della istanza ex art. 391 bis cpp alla Procura di Grosseto, affinché questa proceda a convocare la Cemortan. Riteniamo, come detto, che la stessa possa portare elementi nuovi rispetto alla sua deposizione in aula, avvenuta un anno fa nel processo Schettino. Fatti che sarebbero attinenti alla ns. denuncia contro i vertici di Costa e Carnival, all’ipotesi di abbandono di incapace (comandante e ufficiale sarebbero stati distolti dalla gestione dell’emergenza e dal soccorso ai passeggeri) se non proprio alla cooperazione colposa in omicidio colposo. Inoltre chiediamo di sapere perché la moldava abbia contestato la sottoposizione al test antidroga (disposto dal gip, il 17 gennaio 2012, in Tribunale) al solo Schettino e non anche agli altri ufficiali di plancia. Forse la Cemortan era a conoscenza dell’abuso di sostanze stupefacenti da parte di qualcuno in plancia quella notte?

imagePassiamo alla udienza del 20.10.2014,  delicatissima per noi del pool “Giustizia per la Concordia”: viene infatti sentito il consulente medico, prof. Giovanni De Girolamo, che ha redatto per la maggior parte dei nostri assistiti la relazione medico-legale che accerta in tutti loro la presenza e sussistenza dei sintomi di post traumatic stress disorder (ptsd o dpts), quantificando in termini percentuali il danno biologico e proponendo i parametri di liquidazione economica secondo i criteri di danno tabellare comunemente utilizzati per il risarcimento dei danni alla persona. All’esito del suo esame in aula possiamo senza dubbio alcuno dire che abbiamo avuto dalla nostra parte il massimo esperto nazionale di settore nel campo di conseguenze psichiche e psicopatologiche conseguenti alla esposizione di un soggetto ad eventi traumatici di rilevante portata.

Il professor De Girolamo, sottoposto ad esame in aula dal nostro Cesare Bulgheroni, per la prima volta, in modo esaustivo e scientifico, ha illustrato al Tribunale ed alla platea di ascoltatori un concetto finora dato per scontato e come noto a tutti, ma niente affatto approfondito: ovverosia la nozione, il fondamento scientifico, la fenomenologia clinica, le caratteristiche, i precedenti di studi su eventi catastrofici e su vittime di naufragi, e la metodologia di individuazione e classificazione del disturbo post traumatico da stress.

imageInsomma la trattazione di una “parte generale” delle relazioni peritali dei nostri clienti, che riteniamo essere stata davvero incisiva ed assolutamente convincente, anche nel paragone con il disastro delle torri gemelle, tanto da guadagnarsi la prima pagina dei giornali.

Per scendere nel caso di cui ci occupiamo, si è chiarito che laddove l’esistenza, ed anche l’eccezionalità e la gravità dell’evento traumatico non possono esser messi in discussione, come nel caso della naufragio della Concordia, “evento paragonabile soltanto all’attentato delle Torri Gemelle. Nessuno puo’ negare che l’affondamento di una nave, imprevisto e imprevedibile, al buio, in mare, con migliaia di persone a bordo, sia solo confrontabile con l’attentato dell’11 settembre a New York“, anche la presenza di un DPTS in una significativa proporzione di vittime deve essere data per scontata, nel senso che è innegabile che dalla partecipazione dei soggetti esposti a quella esperienza derivi un significativo disturbo di natura psicologica permanente, più o meno accentuato a seconda di vari fattori concausali. Continua a leggere

DOMNICA CEMORTAN NON COMPARE DAVANTI AI NOSTRI AVVOCATI – comunicato stampa

Logo-comunicato-stampaDomnica Cermontan non comparirà presso lo studio degli Avvocati Bulgheroni, Guarini Gabrielli, del pool “giustizia per la concordia”, che la avevano convocata, oggi 10 ottobre 2014 16:00, per rendere dichiarazioni ufficiali ex 391 bis cpp nell’ambito delle indagini difensive per il procedimento, tuttora pendente presso la procura di Grosseto, a seguito della denuncia da alcuni passeggeri sporta contro i vertici societari di Costa crociere e Carnival. Ritenendo tuttora importante chiarire se le esternazioni della ex ballerina moldava siano semplice gossip ovvero possano portare all’accertamento di gravi responsabilità nei confronti della compagnia di navigazione, gli stessi Avvocati, a nome dei passeggeri che rappresentano, procederanno a depositare le carte in Procura affinché questa convochi d’autorità la Sig.ra Cermontan, facendo chiarezza una volta per tutte su questa vicenda.