10 anni dal naufragio CONCORDIA


Un pensiero a tutti quelli che non ci sono più…

A 10 anni dal tragico evento, volevamo anche noi Avvocati ricordare le persone, i protagonisti del processo e le sensazioni che abbiamo vissuto al fianco dei nostri clienti, portando in aula la toga ma anche la loro sofferenza, e lo facciamo attraverso la sensibilità delle nostre Colleghe Alessandra Guarini ed Annamaria Romeo e di Cesare Bulgheroni, perché oltre ai faldoni di carte processuali finite in archivio, resta molto altro ancora vivo in tutti noi.

LA NOTTE PIÙ BUIA
Io non c’ero eppure vivo come se su quella nave ci fossi stata. Ho impressi nella mente le risate, gli abiti eleganti, i calici di vino, le danze e quella felicità particolare che si prova quando si è in vacanza. I ricordi di chi era a bordo sono diventati miei. Ricordo i corridoi, i ponti, i ristoranti, il teatro, la discoteca, le piscine e pure il casinò. Lo sfarzo e la scintillante vita di bordo. Io non c’ero eppure ci sono stata a bordo della Concordia. Ci sono stata nella realtà solo dopo, quando tutto si è spento e il mare ha spazzato via ogni cosa con una forza inclemente e devastante. Ricordo gli ascensori inghiottiti dal mare, le vetrate rotte, il rumore minaccioso dei flutti che minacciosamente lambivano il ponte della plancia, l’unico emerso dopo il “raddrizzamento”. Ricordo di aver seguito le immagini del monumentale recupero del relitto, simbolo di riscatto dopo l’ignominia del peggior naufragio nella storia del mondo dopo il Titanic. Il comandante Schettino come Smith, accomunati sinistramente dall’abilità di scansare ogni avversità e tuttavia dall’essere stati beffati dal destino. Solo apparentemente simili, perché il comandante del Titanic navigava pericolosamente tra gli iceberg mentre Schettino no, lui solcava acque tranquille. Eppure quella sera Schettino scelse di abbandonare la rotta sicura e consueta per “omaggiare” se stesso. Già, proprio così voleva mostrare il suo inchino al Giglio ed esibire la sua bravura. Diversi profondamente nell’animo i due comandanti, solo Smith rimase vicino ai passeggeri e alla sua nave fino al sacrificio estremo. L’immagine del Comandante codardo fa subito il giro del mondo. Ricordo i titoli di alcuni giornali esteri: “chi poteva essere al comando della Concordia se non un italiano”. Eravamo tutti “Schettino” agli occhi del mondo. Ancora oggi nella mia mente si affollano, sovrapponendosi come in una danza macabra, le immagini luminose di quella nave mastodontica e quelle oscure della nave sventrata. Un caos disturbante di pensieri, che si riverbera nel fluire sconnesso di queste poche riflessioni a cuore aperto.
Ricordo il pianto e le risate, le famiglie felici e i corpi galleggianti di chi non è riuscito a sfuggire al labirinto dei corridoi bui e divorati dal mare. Ricordo ufficiali vigliacchi e membri dell’equipaggio valorosi. Uomini che si gettavano nelle lance di salvataggio per raggiungere la salvezza e sconosciuti che si consegnavano alla morte per lasciare posto sulle scialuppe a donne e bambini. Eroi sempiterni. Questo processo non è stato come tutti gli altri, non è stata una ricostruzione istrionica e senza emozione, come tante volte, anzi sempre, giudici avvocati sanno fare. Anche la mia vita é stata metaforicamente risucchiata insieme alle vite di chi non è sopravvissuto e a quelle di chi è sopravvissuto senza però più essere quello di prima. Perché da quella sera la vita è cambiata per tutti. Sono molti i ricordi delle ore passate in studio e in aula a cercare di ricostruire la ormai tristemente nota manovra dell’inchino e di capire la mostruosità di un evento così enorme da non sembrare vero. Giornate e nottate passate a leggere quelle infinite pagine di carte processuali. Ricordo di essermi studiata il funzionamento del generatore di emergenza che quella maledetta notte non entrò in funzione, permettendo così al buio di rendere tutto ancora più spaventoso. E così per capire, siamo saliti su quella nave “rotta”, questa fu l’espressione di mio figlio, che all’epoca aveva 4 anni, quando mi vide in un servizio televisivo: “Mamma ma sei salita sulla nave rotta? Sono venuti a salvarti i Carabinieri?”. I Carabinieri. Ricordo le telefonate disperate dei passeggeri ai Carabinieri e soprattutto quella di un padre che implorava che venissero a salvare le sue bambine. Mi è rimasto in mente l’odore acre di quell’ammasso di gelide lamiere. Ho immaginato come in un viaggio nel tempo la vita di bordo interrotta da quel terribile impatto. Ho rivissuto le grida, il panico, la lotta per la sopravvivenza, la bestialità di chi non ha esitato a gettare indietro donne e bambini per conquistarsi un posto sulla scialuppa. Ricordo di aver notato alcuni peluche abbandonati ricoperti di muffa e di aver pensato ai bambini che li avevano perduti per sempre e a cosa aveva potuto significare per loro rinunciare a quegli amici immaginari, compagni di giochi e guardiani che di notte tenevano lontani i mostri. Ma non quella maledetta sera del 13 gennaio 2012. Ho visto le valigie pronte che da quella nave non sono più scese, proprio come le persone. Non tutti ce l’hanno fatta e a loro va il mio pensiero più caro, a loro vanno le mie preghiere. Le immagini che tutto il mondo ha visto hanno segnato la nostra storia, come una macchia nera su un foglio bianco, indelebile. Il pensiero va pure a chi ha perso la vita durante il processo, a un collega bravissimo che arrivava col fascicolo nella borsa e con il sorriso, l’unica arma per contrastare il peso devastante di quella sofferenza troppo difficile da gestire anche per dei professionisti. La toga non protegge dal dolore. Parlo dell’avvocato Franco Zuccaro, abile e arguto avvocato di parte civile. Lui non ha visto la fine del processo o forse l’ha vista da un punto di vista migliore del nostro. I suoi interventi in aula erano sempre misurati, pertinenti. Lui era l’avvocato del WWF. Prendeva la parola per ultimo e con grande dignità dava il suo contributo alla ricerca della verità per la tutela dell’ambiente, la trentatreesima vittima di questa immane tragedia. Il processo è fatto di regole, di conclusioni logiche quasi mai di sentimento. Eppure in questo processo le emozioni stavano tra noi. Ho imparato a non averne paura. Quei sentimenti così invadenti e sconosciuti sono diventati una fonte di ispirazione, di energia, di forza interiore. Non ho “fatto il processo della Concordia”, piuttosto ho vissuto un’esperienza di vita. Tutto questo sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo, che riprendevano ciò che accadeva in aula per farlo rimbalzare in ogni angolo del pianeta. Il naufragio della Concordia sta nella storia del mondo così come nella storia del mondo saranno per sempre le persone perdute.

Avv. Alessandra Guarini


Quello al comandante Schettino è stato il processo del secolo
Ha portato sotto gli occhi di tutti le miserie umane come in una grande drammatica commedia.
Ed il teatro di Grosseto ne è stato il palcoscenico , prestandosi ad accogliere udienze fiume anche fino a notte fonda.
Abbiamo imparato a conoscerci e riconoscerci fra di noi, fra le fila di quelle poltrone, nei volti a tratti stanchi e tesi, ma mai scoraggiati. Noi avvocati da ogni parte di italia , ognuno con la sua storia e questa al servizio delle storie dei nostri clienti, che avevano raccontato a noi per primi cosa successe quella notte su quella nave
E di quei fardelli enormi ci siamo fatti carico, facendo scelte , pensando a strategie e trovando sinergie, sempre con determinazione
Mai con una causa civile si sarebbe potuto dare così spessore alle pene di un naufragio e di un mancato salvataggio; ed allora da subito la scelta di esserci in quel processo penale e di restarci fino in fondo , per ridare dignità ad un dolore che nessun risarcimento avrebbe mai potuto cancellare
Ricordo ancora la prima volta che noi del blog ci incontrammo nella sala riunioni dell hotel Airone , che sarebbe poi diventato il nostro “covo” ; fino ad allora eravamo soltanto indirizzi mail e poche righe di scambio , convenevoli .
Ma attorno a quel grande tavolo quella sera successe una specie di miracolo : solidarietà fra avvocati, che per la categoria è a dir poco fatto raro ed davvero eccezionale !
E la forza fu la condivisione, la capacità di lavorare insieme senza ipocrisie ed in pochi così rimasti , zoccolo duro fino al terzo grado di giudizio.
Non ci sarebbe forse stato un processo di questo spessore senza parti civili di tal fatta.
Perché abbiamo spinto sui pedali della verità storica prima ancora che su quelli della verità processuale, perché abbiamo dato voce a chi la Costa Crociere aveva cercato di toglierla quella voce, monetizzando vite e dolori, perché abbiamo chiesto, urlato, sussurrato, pianto ed anche vinto, in fondo.
Sì perché in verità in questo processo nessuno ha vinto davvero e tutti hanno perso qualcosa: i nostri assistiti , viaggiatori di un naufragio predestinato che ha lasciato al mare inestimabili preziosi ricordi, i corredi da sposa in viaggio di nozze o le promesse di una vacanza dalla vita , persa poi per sempre seppellita in un relitto demolito; il Comandante Schettino , che per metterci la faccia, sta scontando da solo una pena che avrebbe dovuto condividere con gli altri imputati, beneficiati di iniquo patteggiamento, che pure la Procura di Firenze oppose senza successo; la Costa crociere, che per lo sforzo di giustificare il suo operato ha dimenticato che da quella nave sono scesi bimbi allacciati alla cintola dei pantaloni dei genitori giù per la biscaggina senza giubbotti di salvataggio adatti a loro, ma noi glielo abbiamo fatto raccontare davanti al tribunale a quegli stessi genitori.
Questo abbiamo visto ed abbiamo provato a raccontare , mentre il mondo ci guardava, e cito parafrasando la felice sintesi di uno dei colleghi del blog.
Siamo rimasti in pochi , ma buoni , ancora in contatto ed ora come allora ci siamo detti ieri sera perché non dare dopo 10 anni la nostra voce ?
Ed eccola allora .

Avv. Annamaria Romeo


Quella maledetta notte sul Concordia.
Io non c’ero ma ormai è come se fossi stato lì anch’io con qualcuno a me caro quando ci fu il botto, le cose che cadevano dai tavoli, i camerieri che si guardavano impauriti e poi le luci della nave che si spegnevano tutte…
Con i colleghi conosciuti durante i lunghi giorni del processo al Teatro Moderno di Grosseto ho avuto modo di rivivere quei primi momenti di paura e incredulità attraverso i resoconti dei periti, i racconti dei testimoni, le lacrime di tanti passeggeri che sono sfilati su quel palcoscenico – si, proprio su un palcoscenico perché il processo si svolgeva in un teatro e chi veniva sentito da Giudici, PM e Avvocati doveva andare letteralmente in scena – e man mano che il racconto assumeva i toni della tragedia mi chiedevo, se fosse successo a me cosa avrei fatto?! Sarei stato capace di essere un eroe o sarei stato un vigliacco anch’io?!
Ecco, io ricordo quella maledetta sera come un test di umanità, l’umanità degli innocenti che erano a bordo del Concordia il 13 gennaio e l’umanità mia e quella delle comunità a cui appartengo.
Ho visto membri dell’equipaggio giovanissimi raccontare il loro ruolo nella tragedia e scoprire che erano Uomini, ho visto ufficiali che erano sul ponte di comando durante la manovra che non erano più uomini ma semplici impiegati di un’impresa commerciale qualunque.
Ho visto anche qualche impiegato di quella società rassegnato al suo ruolo di piccolo meccanismo in un ingranaggio molto più grande che si cura di macinare denaro ma non di fornire sicurezza a nessuno dei propri clienti.
Eh si, perché a me quello che rimane di quel processo è la forte sensazione che Schettino sia stato anche lui parte di quell’ingranaggio in cui nessuno si sentiva responsabile di nulla e che ciò che importava non era navigare in sicurezza ma far divertire i clienti passeggeri, che fosse con un bello spettacolo di magia, con una cena a lume di candela o con l’emozione di un inchino al chiar di luna al Giglio poco importava, l’importante era lo show… e quella sera a Schettino il suo show personale ha preso troppo la mano.
Chi come me ha vissuto tutto quel processo sa bene come la apparente bizzarria della manovra di quello che è poi divenuto il comodo capro espiatorio di una vicenda di ordinaria mostruosità sia stata semplicemente la sfortunata conseguenza di un modo sciagurato di gestire una società di navigazione che ha dimenticato come prima dei servizi alberghieri e delle emozioni a poco prezzo per i crocieristi deve venire la sicurezza della navigazione.
Tutto questo, che sarebbe stata la parte più rilevante del processo – quella che avrebbe potuto far venire a galla le dinamiche retrostanti la tragedia del 13 gennaio 2012 e le responsabilità non solo di chi aveva messo sul ponte di comando Schettino e quegli ufficiali inerti, e a terra aveva lasciato la gestione della crisi a chi non era in grado di affrontarla, ma anche le politiche di risparmio sul personale impiegato, quelle sulle classificazioni degli apparati e sulle verifiche di sicurezza – non è successo.
La Procura di Grosseto ha ritenuto di poter imputare tutta la vicenda a un solo uomo quando questa sarebbe stata l’occasione per poter fare un po’ di chiarezza nelle politiche aziendali di colossi come la Carnival Cruises… Schettino era davvero il colpevole perfetto per poter dimenticare tutto il resto considerata la scelleratezza della sua manovra ma quella manovra non può liquidarsi come la follia di un momento ma come conseguenza di un sistema.
D’altra parte la tragedia del Concordia se mai fosse stata esaminata in ogni suo aspetto – come, va sottolineato, con i miei Colleghi abbiamo cercato fino in fondo di ottenere presentando una querela firmata dai nostri clienti, passeggeri che si erano salvati dal naufragio, con cui chiedevamo che i vertici societari venissero a loro volta indagati e processati, querela archiviata senza nemmeno la possibilità di poterci opporre alla richiesta – correva il rischio di diventare davvero un caso giudiziario importante e con possibili ripercussioni anche internazionali ma questa non era evidentemente l’intenzione degli inquirenti che si sono limitati ad individuare le responsabilità più facili da dimostrare.
Con un ulteriore risultato. Il processo sul naufragio del Concordia, una volta tolte le noiose implicazioni riguardanti le cause, è diventato a sua volta un grande show mediatico così come l’evento lo fu e tutti, anche noi, ne fummo interpreti peraltro cercando di non perdere la nostra umanità benché lo show abbia le sue regole a cui ognuno di noi si è quindi dovuto adeguare.
Quello che rimane dunque, forse come per tutte le umane vicende, è che quella che avrebbe potuta essere l’occasione per fare una grande cosa – che nella specie sarebbe stata quella di capire come si sia arrivati al punto di preferire il profitto alla sicurezza da parte di chi la sicurezza dovrebbe offrire come presupposto ai propri servizi – è rimasta solo un’altra occasione perduta.
Alla memoria di quelle 32 persone che hanno pagato con la vita l’insipienza umana e la logica del profitto.

Cesare Bulgheroni


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